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Indicatori per le aree non bibliometriche (Scienze umane e sociali)

 

I citation indexes per le discipline socio-umanistiche

A differenza di quanto avviene per gli ambiti disciplinari della scienza, della tecnologia e della medicina (discipline STM), l’impiego di indicatori bibliometrici basati sull’analisi quantitativa delle citazioni bibliografiche non è considerato soddisfacente per misurare i risultati scientifici negli ambiti disciplinari delle scienze sociali e umanistiche (discipline SSH), in cui la valutazione della ricerca è rimasta sostanzialmente ancorata al procedimento qualitativo del giudizio di un panel o alla peer review. I motivi di tale insoddisfazione, su cui il mondo accademico concorda, vanno individuati per un verso nell’insufficiente copertura delle riviste scientifiche (e più in generale della letteratura scientifica) di pertinenza dei settori umanistico-sociali nei database internazionali di riferimento (Web of science e più di recente, Scopus), per altro verso in alcune specificità disciplinari che riguardano l’ambito umanistico-sociale e che spesso risultano in contrasto con i criteri di inclusione delle riviste nei database citazionali, in primo luogo l’incidenza dell’impiego di lingue diverse dall’inglese, e in secondo luogo l’incidenza delle tipologie di pubblicazione diverse dalle riviste scientifiche, quali atti di congressi, pubblicazioni collettanee, monografie, etc.

Tali considerazioni, tuttavia, non inibiscono a priori la possibilità di prendere in considerazione l’analisi citazionale anche per le discipline SSH, quanto piuttosto pongono alcune questioni in ordine alla necessità della comunità accademica internazionale di dotarsi di strumenti bibliometrici più accoglienti sia nel senso dell’ampliamento delle fonti (includendo ad esempio le monografie), sia nel senso dell’allargamento dei criteri di inclusione (es. lingua della pubblicazione) nel corpus dei record bibliografici sottoposti all’analisi citazionale.

Qualche tentativo in tal senso, pur con molti limiti, è in corso di attuazione. Tra i citation index pubblicati in forma di database per la prima volta nel 1990 da ISI Thomson (oggi proprietà di Clarivate), vi è il CPCI (Conference Proceedings Citation Index), suddiviso in due sezioni: Science (CPCI-S) e Social Science and Humanities (CPCI-SSH), per una copertura complessiva di circa 150.000 atti di convegni. Inoltre, la Web of science core collection a partire dal 2011 contempla anche il Book Citation Index (BKCI), che indicizza le citazioni presenti in oltre 60.000 libri in formato sia cartaceo che elettronico; quasi i due terzi di essi sono costituiti da pubblicazioni di ambito SSH. Scopus, da canto suo, attualmente include nella propria base dati circa 1.500.000 tra conference papers e brevetti, e indicizza sistematicamente oltre 350 collezioni di monografie, anche di ambito umanistico-sociale.

 

La Library catalog analysis (LCA)

Una nuova metodologia proposta dagli studiosi di bibliometria al fine di indicare l’impatto scientifico delle pubblicazioni monografiche, che potrebbe rivelarsi molto utile nelle scienze umane e sociali, è costituita dalla Library catalog analysis (LCA). Nell’intenzione dei proponenti, la LCA dovrebbe in ogni caso affiancare in maniera complementare (mai sostituire interamente) l’analisi citazionale e il giudizio dei pari.

Partendo dalla considerazione comune che nelle discipline SSH gli autori tendono a pubblicare i risultati delle proprie ricerche scientifiche di preferenza in forma di monografia, nel 2009 Howard D. White già proponeva l’impiego di un indicatore denominato libcitation count, che basandosi sull’impiego degli OPAC (cataloghi elettronici) collettivi sia nazionali che internazionali quale fonte di riferimento, vi analizzasse la presenza delle monografie ai fini della valutazione dell’impatto scientifico degli autori; nel 2010 Adrianus J.M. Linmans suggeriva, per dare veritiera ragione dell’impatto scientifico, l’applicabilità di una modalità combinata di analisi bibliometrica che prendesse in considerazione, accanto al valore delle citazioni complessivamente ricevute da un autore nel corso della sua carriera (total cites), anche la library holding analysis ossia la rilevazione della presenza delle sue monografie in un campione di biblioteche internazionali considerato rappresentativo, e infine un indicatore quantitativo di produttività individuale, consistente nel number of pages published per year (totale di pagine annualmente pubblicate).

Riprendendo e ampliando questi studi, Daniel Torres-Salinas e Henk F. Moed, analizzando un campione di 42 biblioteche universitarie scelte tra 7 nazioni diverse, hanno ritenuto di potere collocare la Library catalog analysis a pieno titolo nella famiglia delle analisi bibliometriche. A loro avviso, le tecniche bibliometriche sono applicabili, in maniera analoga a quanto avviene per l’analisi delle citazioni degli articoli nelle riviste scientifiche, anche ai corpora di dati presenti nei cataloghi online sulle copie delle monografie acquisite delle biblioteche, che offrono un elevato livello di attendibilità e una misura credibile della reputazione di cui un lavoro scientifico gode nella comunità scientifica internazionale. Tra i vantaggi della LCA, viene rimarcato dagli autori il fatto che tale metodo corregge la distorsione in favore della comunità angolofona di tutti gli altri strumenti usati come fonte di indagine, a cominciare proprio dai più grossi database citazionali (WoS e Scopus).

La metodologia della LCA non è, tuttavia, esente da miti, tra i quali senz’altro l’incidenza delle donazioni e del deposito legale nei processi di acquisizione, come anche gli automatismi collegati alle metodologie di acquisto da parte delle biblioteche mediante approval plans, che determinano un controllo solo parzialmente consapevole e volontario, da parte delle biblioteche, di ogni singola acquisizione di monografie nei diversi settori scientifico-disciplinari coperti dall’istituzione accademica di riferimento.