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MIGRARE. Mobilità, differenze, dialogo, diritti

MIGRARE. Mobilità, differenze, dialogo, diritti

Via Maqueda, 172
90134 PALERMO (PA)

CIR Migrare

Photo by Massimo Sestini

Nella dimensione dell’Università di Palermo come Università dell’accoglienza, il CIR Migrare svolge attività di ricerca, di coordinamento, di impulso, di formazione e di terza missione in tema di migrazioni, mobilità, dignità della persona e promozione dei diritti, curando i raccordi tra riflessioni teoriche e pratiche operative e promuovendo il dialogo con Centri di ricerca e formazione nazionali e internazionali, con il sistema scolastico, con le rappresentanze studentesche e del mondo delle migrazioni, con il tessuto della società civile. Con queste finalità il CIR Migrare costituisce un Osservatorio permanente dell’Università di Palermo sulla condizione e sulla natura del migrare e dei migranti, con un approccio inclusivo e di dialogo.

Le principali linee di ricerca che il CIR Migrare intende promuovere concernono i seguenti macro-ambiti tematici: 
a) persona e tutele;
b) culture, immaginari, educazione;
c) salute globale e vulnerabilità;
d) spazi sociali e territori;
e) ambiente.

Il CIR Migrare si ispira a principi di cooperazione e apertura, dischiudendo pertanto la propria compagine a una pluralità di soggetti (Istituzioni pubbliche e private di ricerca, associazioni, migranti, società civile) che condividono l’ethos del dialogo e dell’accoglienza e le dimensioni della tutela e della promozione della dignità della persona, e auspicando l’affermazione di una società plurale e multietnica in cui il riconoscimento universale dei diritti e delle differenze sia prassi costante e condivisa.

Messaggio della Caritas e dell’Ufficio Migrantes dell’Arcidiocesi di Palermo sull’ordinanza del presidente della Regione Sicilia del 22 agosto 2020

I componenti del CIR Migrare condividono con la Caritas e con l’Ufficio Migrantes dell’Arcidiocesi di Palermo preoccupazione e dissenso nei confronti dell’Ordinanza n. 33 del 22 agosto 2020 emanata dal Presidente della Regione Sicilia On. Nello Musumeci. La ricerca scientifica e la coscienza civica che alimenta le attività del CIR Migrare non possono che contrastare un provvedimento che ignora i basilari principi di riconoscimento dei diritti umani e che strumentalizza l’emergenza pandemica per finalità discriminatorie e razziste.


La Caritas Diocesana di Palermo con l’Ufficio Migrantes esprimono forte preoccupazione e fermo dissenso nei confronti dell’Ordinanza n. 33 del 22 agosto 2020 emanata dal Presidente della Regione Sicilia On. Nello Musumeci. Ciò che preoccupa nel testo del provvedimento, e nelle dichiarazioni rese alla stampa per presentarlo, è l’argomentazione solo in apparenza logica ma in realtà deficitaria sul piano razionale, nonché su quello umano ed evangelico.
L’Ordinanza parte in verità da una costatazione del tutto condivisibile, mettendo in luce l’enorme disagio in cui versano oggi sia la popolazione siciliana, sia i migranti affluiti sulle nostre coste in questi mesi estivi. I motivi: penuria di strutture idonee all’accoglienza, assenza di servizi adeguati, mancata redistribuzione in ottemperanza agli accordi europei, deresponsabilizzazione degli altri Stati membri della CEE, fughe da hotspot e centri sovraffollati.
Ma già a questo livello la lettura del fenomeno si rivela fuorviante. Il disagio, il dolore, la fatica vengono giustamente attribuiti agli abitanti delle nostre isole senza prendere però in considerazione anche lo stato e il destino di migliaia di donne, di bambini e di uomini in fuga dalla fame e dalle guerre, che concludono in Sicilia, in maniera indegna, un lungo esodo in cerca di libertà e di vita buona. Come ha fatto notare a più riprese Papa Francesco, se dividiamo l’umanità in persone di serie A e di serie B, se non ci facciamo carico del dolore di tutti, siamo destinati al fallimento umano e politico.
Infatti, la conseguenza logica di questa situazione dovrebbe essere una serie di atti amministrativi e legislativi volti a coniugare sicurezza e solidarietà, a tutelare i Siciliani e ad accogliere in maniera dignitosa i più poveri della terra. L’Ordinanza invece sceglie la via dell’ennesima negazione del diritto umano alla mobilità, la via mistificante di una nuova cosciente discriminazione.
Tutti ricordano come la Regione Sicilia aveva nei mesi scorsi, per bocca dello stesso Presidente, prefigurato misure di controllo severissime per i turisti orientati a trascorrere le loro ferie in Sicilia (trovandosi tra costoro, anche persone provenienti da paesi ad alta diffusione primaria del covid). Di quel che fu preannunziato a maggio finora non si è visto nulla, né si sono messi in atto protocolli di sicurezza volti ad evitare assembramenti o altre forme di pericolosa promiscuità.
Ma se coloro che provengono dai paesi del Nord del mondo, interessati fortemente dal coronavirus, possono muoversi ed entrare liberamente in Sicilia, perché i migranti no? Al contrario, quanti provengono dai paesi del Sud del mondo, quanti sono sottoposti giornalmente allo sfruttamento dell’Occidente, quanti hanno ‘ricevuto’ il covid dal Nord del pianeta, come una ennesima piaga, costoro no, non possono muoversi liberamente: rappresentano un pericolo sanitario. I poveri sono dunque pericolosi, devono essere discriminati, mentre proprio il covid ci ha insegnato che di fronte alla malattia siamo tutti uguali, che il virus non distingue i ricchi dai poveri, e si diffonde tra gli uni e tra gli altri, a causa degli uni e a causa degli altri, senza differenze di sorta. Il nostro Arcivescovo, Mons. Corrado Lorefice durante il discorso alla Città del Festino di S. Rosalia il 14 luglio scorso ha ribadito: “Se il virus non ci ha insegnato che il destino del mondo è uno solo, che ci salveremo o periremo assieme; se la pandemia ci ha resi ancora più pavidi e calcolatori, facendoci credere di poter salvare il nostro posto al sole, siamo degli illusi, dei poveri disperati. Basta con gli stratagemmi internazionali, con i respingimenti, basta con le leggi omicide”.
Con l’Ordinanza del Presidente Musumeci si trasmette dunque, a nostro parere, un messaggio intimamente sbagliato e antropologicamente pericoloso. Intimamente sbagliato, perché si attribuisce ai migranti la responsabilità di una diffusione del contagio che casomai è da attribuire alla mancanza di protocolli e di misure adeguate a tutelare i cittadini dell’isola e chiunque venga in Sicilia dall’Italia e dall’estero. Antropologicamente pericoloso, perché equipara i poveri agli untori e divide ancora una volta l’umanità in due, inconsapevolmente preparando e non evitando la catastrofe planetaria che verrà da un mondo disunito e disumano. È incredibile – dopo anni di studi e di ricerche sull’invenzione del capro espiatorio quale forma di perversione sociale – come vengano ancor oggi propinate teorie di questo tipo, utili forse demagogicamente sul piano del consenso politico spicciolo ma umanamente ed evangelicamente inaccettabili. “Il Signore – ha affermato ieri papa Francesco all’Angelus – ci chiederà conto di tutti i migranti caduti nei viaggi della speranza. Sono stati vittime della cultura dello scarto”.
Solo l’abbraccio tra tutti gli uomini e l’abbraccio dell’umanità alla madre Terra potrà darci futuro e speranza. 

Tratto dal sito dell’Ufficio stampa dell’Arcidiocesi di Palermo

Sulla tutela e l’accoglienza dei profughi

 

In questi giorni, la presenza di un flusso di profughi verso le nostre coste ha indotto il Governo italiano a emanare, a causa della pandemia, un decreto interministeriale, firmato da quattro ministri, che ha dichiarato i porti italiani non sicuri.

Il Centro interdipartimentale Migrare. Mobilità, differenze, dialogo, diritti dell’Università degli Studi di Palermo rivolge un appello alle autorità nazionali affinché vengano garantite immediatamente la tutela e l’accoglienza dei profughi attualmente prossimi alle nostre coste. Urge in particolare consentire l’approdo dei 149 migranti a bordo della nave Alan Kurdi, al largo di Termini Imerese, per tutelare la salute sia dei migranti sia dei soccorritori.

Il Centro auspica anche che venga in ogni momento garantito il diritto e il dovere di soccorrere i naufraghi, nel rispetto delle convenzioni internazionali e della nostra Costituzione.

Soprattutto in questo periodo di incertezza e preoccupazione per la salute di ognuno di noi, appare particolarmente impellente l’esigenza di ribadire concretamente l’importanza prioritaria dei valori fondanti della solidarietà, della salute, della libertà, e del rispetto di ogni vita umana, a partire da quella dei soggetti più deboli e indifesi, quali che siano la loro etnia e la loro provenienza.

Nota del Centro di Ricerca "Migrare" sul ricorso all’aborto da parte delle donne straniere presenti in Italia

Photo by Federica Iezzi

Le recenti polemiche politiche sul ricorso all’aborto da parte delle donne straniere presenti in Italia dimostrano innanzitutto una scarsa conoscenza del sistema sanitario italiano, che certamente non prevede che l’interruzione volontaria di gravidanza sia praticata in Pronto Soccorso.

Altra considerazione imprescindibile, nell’ottica di una offerta equa del servizio sanitario, è che le donne migranti, così come le cittadine italiane, hanno diritto a essere padrone di sé stesse e a decidere autonomamente. È responsabilità di noi tutti fare sì che ciò venga garantito rendendo questa scelta davvero libera: dunque informata e scevra da qualsiasi condizionamento economico, fisico o psicologico.

Inoltre, una valutazione obiettiva della questione non può non prendere in considerazione alcuni aspetti di particolare rilevanza:

1. Le donne migranti si trovano in una condizione di vulnerabilità, ovvero di maggiore esposizione al rischio di danno o ingiustizia. Pertanto è essenziale prestare grande attenzione alla tutela della loro salute, ivi compreso il loro diritto ad abortire che, proprio in ragione dell’esercizio del diritto alla salute, è garantito a tutte le donne.

2. Esistono potenziali difficoltà nell’impiego di metodi contraccettivi da parte delle donne straniere presenti in Italia perché solo alcuni contraccettivi sono stati inseriti in fascia A (e sono pertanto prescrivibili con il SSN) o per via di una difficoltà nella comprensione delle modalità di assunzione (ricordiamo che i foglietti illustrativi dei farmaci sono solo in lingua italiana). Per quanto concerne poi il ricorso a metodi contraccettivi meno costosi quali i preservativi, esso può essere un'alternativa solo in situazioni di rapporto consenziente. Anche in questi casi, tuttavia, alla luce del fatto che il rapporto uomo-donna è generalmente non paritario (e non solo per le donne straniere in condizione di migrazione), esso può costituire un problema per una scelta consapevole rispetto alla gravidanza.

3. Vi sono potenziali differenze culturali e una probabile assenza di un’educazione alla sessualità e alla contraccezione, sia a scopo contraccettivo che come strumento di prevenzione delle malattie.

4. Vanno considerati i possibili abusi subiti dalle donne straniere sia in territorio italiano (ove comunque, proprio in quanto soggetti vulnerabili, le donne spesso non denunciano le violenze subite), sia nei luoghi di provenienza o di passaggio, con particolare riferimento alla Libia, ove con sempre maggiore chiarezza i dati a nostra disposizione dimostrano gli abusi sessuali subiti dalle donne migranti.

5. Qualsiasi politica di restrizione nell’accesso all’aborto determinerebbe esclusivamente il riemergere della terribile pratica dell’aborto clandestino, con ricadute devastanti sulla salute delle donne, ma anche con potenziali costi aggiuntivi ben più elevati per il sistema sanitario, che dovrebbe curare le pazienti che vanno incontro a complicazioni dovute alle carenze igieniche o alla mancanza di competenza di chi porta avanti tale pratica illegale.

6. L’accesso ai servizi del sistema sanitario, ivi inclusa l’interruzione volontaria di gravidanza, è un’importante opportunità di garantire non solo una singola prestazione, ma un primo contatto e un coinvolgimento in un processo di cura che tuteli donne che possono trovarsi in condizioni di salute precarie.

La stessa legge 194/1978 evidenzia l’esistenza di un diritto alla procreazione cosciente e responsabile e sottolinea che l’interruzione volontaria di gravidanza non possa essere vista come un mezzo di controllo delle nascite: questi necessari assunti di base indicano con chiarezza la necessità di attuare politiche di educazione alla sessualità responsabile, ma non giustificano affatto alcun tipo di restrizione o obbligo di pagamento per una prestazione sanitaria che, coerentemente con l’impostazione del nostro sistema sanitario nazionale e con il dettato della Costituzione stessa, tutela il diritto alla salute come diritto di qualsiasi individuo presente sul territorio italiano, indipendentemente dalla sua cittadinanza.

Appello alla comunità accademica italiana

Allarmanti dati di stampa degli scorsi giorni riferiscono dell’arresto, operato in territorio egiziano, di Patrick Zaki, che frequenta in Italia il Master internazionale in Women's and Gender Studies dell’Università di Bologna e che era appena arrivato in Egitto per trascorrervi alcuni giorni ricongiungendosi alla propria famiglia di origine. Nell’esprimere viva preoccupazione per le notizie di violenze e abusi che uno studente del sistema universitario italiano avrebbe subìto nel corso di una detenzione originata da una mera professione di idee, e nella consapevolezza che la libera mobilità di studenti e studiosi costituisce, per il sistema universitario italiano come per l’intero network accademico mondiale, preziosa fonte di ricchezza in quanto strumento di dialogo, di circolazione di idee e di condivisione di saperi, il CIR “Migrare” formula il fermo auspicio che la comunità accademica italiana voglia chiedere alle Pubbliche Autorità di dispiegare ogni azione utile affinché sia concretamente garantito il pieno rispetto della dignità, dell’integrità e delle prerogative individuali delle persone ristrette nella libertà personale e sia riaffermato e tutelato il diritto di ciascuno alla libera manifestazione del proprio pensiero. 

Informazione

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