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MIGRARE. Mobilità, differenze, dialogo, diritti

Corridoi universitari per studenti rifugiati. UNIPA al fianco di UNICORE.

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L'Università degli Studi di Palermo partecipa alla settima edizione del progetto UNICORE 7.0 – University Corridors for Refugees assieme ad altre 36 università italiane. Obiettivo: dare la possibilità a 67 rifugiati residenti in Kenya, Mozambico, Niger, Nigeria, Sudafrica, Tanzania, Uganda, Zambia, Zimbabwe, Etiopia, India, Malawi, Namibia, di proseguire il loro percorso accademico in Italia.

Unipa, per il biennio 2025-2027, mette a disposizione tre borse di studio: del valore ciascuno di 4.200 euro all’anno. Gli studenti, che verranno selezionati in base al merito accademico e alla motivazione, potranno scegliere tra quindici differenti corsi di laurea magistrale in lingua inglese. In particolare:

Questo è il quinto anno consecutivo che l'Università degli Studi di Palermo è al fianco del programma coordinato dall'UNHCR, Agenzia Onu per i Rifugiati, per l'attivazione dei corridoi universitari dedicati agli studenti con lo status di rifugiati.

Durante l'anno accademico 2021/2022 sono stati due gli studenti proveniente dall'Etiopia, di nazionalità Eritrea, a vincere il bando e ad iscriversi, rispettivamente, alla laurea magistrale in "Management Engineering" e in "Mediterranean Food Science and Technology". Il primo studente è riuscito a laurearsi, a luglio del 2023la seconda studentessa si è laureata a seguireil terzo studente ha concluso i suoi studi nel mese di marzo 2025 e, infine, il quarto studente si è laureato nel mese di luglio 2025.

Sempre due sono stati i vincitori del bando pubblicato l'anno successivo: 2022/2023. Ad usufruire delle agevolazioni è stato uno studente proveniente dalla Nigeria, di nazionalità camerunese, iscritto alla laurea magistrale in "Complex administrations and organization Science", curriculum "Public Management", oggi laureando, e un altro studente proveniente dal Malawi, di nazionalità congolese, iscritto alla laurea magistrale in "Business and Economic Sciences", curriculum "Entrepreneurship and Management".

Nell’anno accademico 2023/24, invece, uno ragazzo rifugiato in Uganda, di nazionalità somala, ha avuto l'opportunità di iscriversi al primo anno in "Economic and Financial Sciences", curriculum "Economic and financial analysis" e uno studente sudanese, rifugiato sempre in Uganda, ha potuto iniziare a seguire le lezioni in "Business and Economic Sciences", curriculum "Entrepreneurship and Management". Entrambi i ragazzi sono attualmente studenti in corso.

Nell’anno accademico 2024/25, inoltre, una studentessa e uno studente del Sud Sudan, provenienti dai campi dei rifugiati dell’Uganda, sono entrambi immatricolati alla Laurea magistrale in “Cooperation, Development and Migration”.

Oltre alle borse di studio, il progetto fornisce - attraverso un’ampia rete di partner locali - il supporto necessario per affrontare con successo il programma di laurea magistrale della durata di due anni e per favorire l’integrazione nella vita universitaria.

A fare rete, assieme all'Ateneo del capoluogo Siciliano, ci sono cinque partner locali: Caritas Diocesana di Palermo, Centro Diaconale - Istituto Valdese, Centro Astalli Palermo,  Confindustria Palermo, ERSU.

Secondo le stime UNHCR le persone costrette a fuggire da guerre e persecuzioni rimangono in esilio, in media, per circa 20 anni. il 76% dei rifugiati nel mondo vive in paesi a basso e medio reddito dove troppo spesso le opportunità per ricostruire il proprio futuro in dignità sono assenti. Per quanto riguarda l’accesso all’istruzione, infatti, i dati globali rimangono drammatici: solo il 6% dei rifugiati ha accesso all’istruzione terziaria contro il 40% della popolazione non rifugiata.

Il progetto UNICORE nasce per rispondere a queste sfide, offrendo ai rifugiati l’opportunità di arrivare in Italia in sicurezza e dignità per proseguire gli studi, e ricostruire il proprio futuro, aspirando ad una professione in linea con le proprie potenzialità e i propri desideri. Mira, inoltre, al raggiungimento di un tasso d’iscrizione all’educazione terziaria dei rifugiati del 15% entro il 2030.

Il bando si chiuderà il 18 aprile 2025 ed è possibile presentare la propria candidatura collegandosi alla pagina web UNICORE 7.0.

 

Link al sito del progetto UNICORE

Per una Carta degli Officia

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Foto di Shubham Shrivastava su Unsplash

Migrazioni e università. Per una carta degli officia

 

      Da oltre un decennio è in corso una fase storica caratterizzata a livello planetario dalla contrazione dei diritti e delle libertà fondamentali che ha avuto come prima conseguenza la negazione dell’eguaglianza delle persone migranti. Contestualmente, e da molte parti, si è data voce a una narrazione che individua nel fenomeno migratorio una delle cause, quando non la causa prima, della crisi e del declino che investono le società del cosiddetto Occidente.

      Gli Atenei italiani sono da tempo consapevoli del fatto che il fenomeno delle migrazioni contemporanee riguarda anche, e a pieno titolo, il mondo accademico, poiché coinvolge le tre missioni che caratterizzano l’istituzione universitaria: la ricerca, la didattica e l’interazione con la società civile. E ciò in linea con la convinzione che il ruolo fondamentale delle Università sia contribuire alla costruzione di una conoscenza solida che rifugga da slogan e semplificazioni e che si fondi su metodi scientifici e sul confronto a partire da dati certi.

      La conoscenza è l’unico strumento per assicurare scelte giuste in merito alle politiche migratorie, privilegiando un approccio che renda conto della complessità dei fenomeni e che sollevi il velo dei linguaggi dell’odio e della paura che ne offuscano la comprensione. 


quel che è giusto fare — 


Le Università hanno ritenuto di dover rispondere alle esigenze di conoscenza e di trasmissione del sapere, muovendosi lungo quattro direttrici: 

  1. l’intensificazione delle ricerche su cause ed effetti dei movimenti migratori; 
  2. l’istituzione di specifici insegnamenti, corsi di laurea, dottorati, master; 
  3. l’attivazione di rapporti con le istituzioni pubbliche e private chiamate a gestire i diversi aspetti dei fenomeni migratori, offrendo conoscenze tecnico-scientifiche di alto livello; 
  4. la creazione di servizi volti ad assicurare una buona ed efficace connessione tra ricerca e azione e a promuovere la giustizia sociale, l’accesso ai diritti, la lotta alle discriminazioni. 

Da tali collaborazioni gli Atenei hanno acquisito una migliore comprensione delle diverse problematiche del fenomeno migratorio. E, d’altra parte, la scelta di operare lungo queste direttrici ha consentito alle Università di stare al fianco di tutti i soggetti che rivendicano il pieno riconoscimento dei diritti fondamentali delle persone conbackground migratorio.

In coerenza con l’impegno delle Università italiane, il Centro Migrare dell’Università di Palermo intende promuovere un processo di riflessione che superi la prassi degli appelli alle altre istituzioni e che produca piuttosto una Carta degli officia del mondo accademico, finalizzata a mettere in rilievo ciò che è giusto fare e come realizzare ciò che è giusto fare, nella convinzione che le finalità di tale percorso non siano separabili dalle modalità attraverso le quali esso debba essere portato a compimento. 

Ricerca           

La maggior parte delle Università italiane ha da tempo intensificato gli studi sulle migrazioni, nella consapevolezza che un tema così complesso richiede un approccio interdisciplinare e multidisciplinare. Ciò ha consentito l’approfondimento delle cause ambientali, economiche, politiche, sociali e culturali delle migrazioni, spingendo anche verso un ripensamento critico dei diversi status assegnati dal diritto alle persone migranti. Il contributo delle Università al dibattito pubblico si risolve su più piani: diffondere la conoscenza di una realtà complessa, a dispetto delle semplificazioni; criticare la rigidità degli steccati; favorire la consapevolezza della storicità di talune categorie utilizzate per comprendere la realtà; esplicitare i meccanismi di costruzione degli immaginari, sempre culturalmente determinati e ideologicamente orientati. La ricerca è inoltre impegnata ad arginare i continui tentativi di introdurre nel dibattito pubblico termini e concetti che contribuiscono diffondere la conoscenza di una realtà complessa, a dispetto delle semplificazioni; criticare la rigidità degli steccati; favorire la consapevolezza della storicità di talune categorie utilizzate per comprendere la realtà; esplicitare i meccanismi di costruzione degli immaginari, sempre culturalmente determinati e ideologicamente orientati.

La ricerca è inoltre impegnata ad arginare i continui tentativi di introdurre nel dibattito pubblico termini e concetti che contribuiscono alla criminalizzazione delle persone in migrazione (si pensi al termine hotspot e all’espressione weaponization degli immigrati, l’uno e l’altra di diretta derivazione bellica). 

Didattica

In gran parte delle Università italiane si sono moltiplicati insegnamenti, corsi di laurea e, in alcuni casi, dottorati incentrati sul tema delle migrazioni. Una caratteristica ricorrente in queste esperienze è il respiro interdisciplinare e multidisciplinare, richiesto dalla fisionomia stessa dei fenomeni esaminati. Altri Atenei hanno avviato importanti percorsi su temi affini, come gli studi sulla pace o il dialogo interculturale. 

Internazionalizzazione

Solo di recente l’internazionalizzazione del mondo universitario italiano ha cominciato a guardare al Sud del pianeta. Indicativo di questa evoluzione è il crescente numero di progetti, soprattutto di respiro europeo, che coinvolgono le Università africane e asiatiche. Sono poi in aumento gli accordi stipulati per il rilascio di doppi titoli di laurea, nonché borse di studio e premi per studenti provenienti da aree svantaggiate. 

Accesso allo studio, inserimento lavorativo per le persone rifugiate

Le Università italiane sono impegnate nel campo della protezione di rifugiati e richiedenti asilo. In tale contesto, un ruolo di primo piano ha svolto il progetto dell’UNHCR dei corridoi universitari che, dal 2019, consente a studenti rifugiati di conseguire una laurea magistrale in Italia. A oggi sono trentotto gli Atenei coinvolti e circa centoquaranta gli studenti che ogni anno entrano in Italia. Altrettanto significativa è l’attenzione dedicata alla questione del riconoscimento di titoli di studio stranieri, anche in assenza di adeguata documentazione dovuta all’improvviso abbandono del Paese di origine e alla mancanza di cooperazione da parte di quest’ultimo. In tal senso, particolare importanza riveste il progetto European Qualifications Passport for Refugees (EQPR) del Consiglio d’Europa, in applicazione della Convenzione di Lisbona dell’11 aprile 1997. 

Tutela dei diritti

Le Università hanno messo i loro saperi a servizio di interventi concreti, sviluppando la tutela dei diritti particolarmente in ambito giuridico, sanitario e linguistico. 

a-      cliniche legali

Sotto il primo profilo, le cliniche legali italiane, un terzo delle quali all’incirca si occupa proprio di migrazioni, diritto antidiscriminatorio e diritto d’asilo, lavorano per assicurare alle persone migranti l’accesso ai diritti e alla giustizia. E ciò in un contesto caratterizzato dal susseguirsi di interventi normativi, spesso assunti sull’onda di proclamate emergenze, ma con ricadute opposte rispetto agli scopi dichiarati di promozione della legalità e della sicurezza, nonché di contrasto allo sfruttamento e alla tratta degli esseri umani. 

b – ambulatori sanitari

Sotto il secondo profilo, le Università hanno seguito due percorsi principali: da un lato, hanno intrapreso attività di formazione in materia di promozione della salute delle persone migranti e con background migratorio; dall’altro, hanno organizzato ambulatori, spesso in collaborazione con associazioni che operano nel mondo dell’inclusione sociale, destinati a rendere effettivo il diritto alla salute. 

c – dare un nome ai morti

Autonoma rilevanza rivestono alcuni pioneristici progetti sviluppati nel campo medico-legale per assicurare l’identificazione delle vittime dei naufragi del Mediterraneo. Gli studiosi che vi lavorano, colmando assenze istituzionali, non si limitano ad adempiere a un’esigenza morale, ma si prefiggono di garantire altresì il rispetto del diritto umano alla conoscenza del destino dei propri familiari.  

d – insegnamento della lingua italiana

Sotto il terzo profilo, la continua crescita delle iscrizioni di studenti stranieri ha reso necessaria l’istituzione di strutture e percorsi formativi dedicati all’insegnamento dell’italiano come lingua non materna. Le Università – non soltanto quelle per stranieri – hanno sviluppato una vasta gamma di realtà formative, anche specificamente rivolte alla popolazione migrante. La costruzione di tali percorsi formativi risponde all’esigenza di rendere effettivo il diritto alla partecipazione attiva alla vita sociale, politica e culturale del Paese. 

Costruzione degli spazi urbani

La città è il luogo nel quale sempre più spesso si intrecciano i percorsi di persone con background migratorio. Le Università svolgono un ruolo attivo nel ripensamento degli spazi urbani, nella convinzione che una cittadinanza estesa, inclusiva e adeguata all’epoca contemporanea richiede una riflessione sulla città a partire dalla città e da chi la abita.

  

come è giusto fare —

 

Partecipazione delle persone che migrano

Lo svolgimento di tutte le attività passate in rassegna richiede il rispetto di alcuni principi di carattere etico e scientifico. Come affermava già Sherry Arnstein nel 1969, la partecipazione è universalmente riconosciuta come un elemento positivo, ma questo non vuol dire che la si utilizzi ovunque e in egual misura. Analogamente, per quanto i diritti di partecipazione ai processi decisionali siano in linea di principio comunemente affermati, nella realtà non tutti vi hanno accesso in egual misura. La partecipazione delle persone con background migratorio ai processi decisionali, a partire dalla scala urbana, è un diritto che dovrebbe essere universalmente preteso e tutelato.

In quest’ottica, le Università contribuiscono a costruire una cultura dell’ascolto reciproco e del dialogo, aiutando tutti i partecipanti a comprendere i differenti punti di vista che caratterizzano ogni attore sociale. Ad esempio, la promozione di open space technology e world café favorisce la comprensione reciproca e l’empowerment di chi troppo spesso non ha voce. La partecipazione attiva degli studenti con background migratorio acquista poi una particolare importanza nell’ambito della didattica. Dare voce direttamente alle esperienze vissute dagli studenti migrati disinnesca i luoghi comuni che avvelenano il dibattito e consente una riflessione non dogmatica sulle culture e sulla loro pretesa incommensurabilità. 

Saperi interdisciplinari e multidisciplinari

È ormai un fatto assodato che gli studi sulle migrazioni non possono essere confinati entro singoli perimetri disciplinari. Ricerca e didattica richiedono l’apporto di saperi molteplici e dovrebbero privilegiare prospettive multidisciplinari e interdisciplinari. Se la multidisciplinarità è indispensabile ai fini di una piena consapevolezza della complessità, l’interdisciplinarità, approccio certamente più complesso, è tuttavia la chiave per individuare percorsi di conoscenza inediti e trovare soluzioni innovative.

Dovrebbe dunque essere favorita la direzione già intrapresa da molte Università con la creazione di Corsi di laurea e di Dottorati in materia di migrazioni, tutti caratterizzati dall’approccio multidisciplinare e, in certi casi, interdisciplinare. Si pensi, in particolare, alla previsione nei curricula di insegnamenti modulari che mettono insieme saperi diversi. 

Approccio critico

L’approccio critico deve riguardare tanto l’elaborazione teorica che gli interventi concreti. Particolarmente utile è una prospettiva intersezionale, capace di cogliere i diversi livelli di discriminazione determinati dall’incrocio di elementi quali l’identità di genere, la cittadinanza, il colore della pelle, l’orientamento sessuale, le origini sociali, le condizioni di salute fisica e psicologica. È importante dotarsi di strumenti atti a cogliere quanto l’interazione di queste caratteristiche con i diversi fattori (ambientali, culturali, giuridici, economici, sociali, ecc.) delle società di partenza, di transito e di arrivo produca specifiche posizioni di vulnerabilità che favoriscono discriminazioni multiple, violazioni dei diritti fondamentali e fenomeni quali il grave sfruttamento e la tratta.

 

 

Comunicato | CIR Migrare | marzo | 13 | 2023

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Photo by Julien de Salaberry from Unsplash

Scriveva il sociologo algerino Abdelmalek Sayad che attraverso le migrazioni lo Stato si guarda allo specchio. Rivela, insomma, il suo vero volto. La strage di Crotone è solo l’ultima di una lunga serie di naufragi nel Mediterraneo su cui è doveroso fare chiarezza. La gestione di questo evento rivela ancora una volta una logica di criminalizzazione di chi emigra, che privilegia le operazioni di polizia rispetto a quelle di ricerca e soccorso e colpevolizza le vittime, cui si riservano, anche dopo lo sbarco, modalità di trattamento in aperto contrasto con i diritti fondamentali della persona umana sanciti dalla Costituzione italiana e dalle principali carte internazionali dei diritti. A Crotone, ad esempio, i sopravvissuti al naufragio sono stati trattenuti, in condizioni quantomeno degradanti, per 9 giorni, fino a che organizzazioni della società civile, tra cui la Clinica legale migrazioni e diritti dell’Università di Palermo, non sono riuscite a denunciare tali violazioni. La risposta del governo, enunciata nella riunione del Consiglio dei Ministri svoltasi a Cutro, non appare affrontare il tema con misure adeguate, fondate su un’equilibrata valutazione degli interessi coinvolti. Il decreto-legge appena varato, infatti, ha omesso di sciogliere il nodo cruciale del soccorso in mare, la cui sensata disciplina eviterebbe il ripetersi di analoghi disastri, puntualmente verificatisi, solo pochi giorni dopo, col naufragio di un’imbarcazione partita dalla Libia che aveva chiesto aiuto per 24 ore prima di rovesciarsi. Le misure previste nel decreto colpiscono solo i presunti scafisti, non di rado passeggeri costretti con la violenza e sotto ricatto ad assumere tale funzione, lasciando indenni invece i veri gestori del traffico di migranti che spesso detengono posizioni di potere nei rispettivi paesi di origine e di transito con cui, paradossalmente, sono stati stipulati accordi per il controllo delle frontiere. Le reti criminali, che fanno profitti altissimi sulla disperazione dei profughi, sono l’unico mezzo a cui le persone che emigrano possono ricorrere, in assenza di canali di ingresso legali e sicuri. Ciò di cui si avverte l’urgente necessità è l’apertura di canali legali di ingresso che sostituiscano il fallimentare e inattuabile sistema di assunzioni a distanza previsto dalla legge Bossi-Fini, nonché l’istituzione di corridoi umanitari per evacuare le persone provenienti da zone di guerra e di insicurezza sociale ed economica. Misure, peraltro, molto meno costose dell’“esternalizzazione delle frontiere” spesso attuata attraverso il finanziamento di sistemi in paesi scarsamente democratici o che versano in condizione di grave caos istituzionale. Altro profilo che desta preoccupazione nel recente decreto è la restrizione dei criteri di assegnazione della protezione speciale, restrizione peraltro palesemente in contrasto con l’art. 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo (CEDU) che tutela la vita privata e familiare; un simile irrigidimento provocherebbe, per un rilevante numero di persone già presenti sul territorio italiano, una clandestinizzazione di ritorno ed una interruzione dei percorsi di inclusione già intrapresi, cosa che peraltro è già avvenuta nel 2018 quando fu cancellata la protezione umanitaria. L’auspicio è di emancipare il discorso sulle migrazioni da strumentalizzazioni politiche e da retoriche sloganistiche. Come del resto dimostra il caso dell’Ucraina, per cui sono stati prontamente attivati canali di ingresso legali, ci sarebbero tutti gli strumenti e le risorse per affrontare il fenomeno migratorio in modo diverso e ragionevole. Come studiosi ci impegniamo a continuare a diffondere un’informazione quanto più oggettiva possibile basata su evidenze, a partire dal rispetto della nostra Costituzione e del diritto internazionale dei diritti umani e a produrre periodicamente analisi dettagliate dell’impatto sociale, economico, giuridico, politico e culturale delle politiche migratorie in atto.
 

Comunicato | CIR Migrare | novembre | 08 | 2022

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Photo by Julien de Salaberry from Unsplash

Come Centro Interdipartimentale di Ricerca (CIR) Migrare dell’Università degli Studi di Palermo non possiamo restare immobili e silenti di fronte a quanto accade nel mare Mediterraneo, nelle acque internazionali e in quelle territoriali italiane, e sulle nostre coste.
Da troppi anni i temi delle migrazioni e dell’accoglienza sono strumento di propaganda elettorale, creazione di consenso e polarizzazione dell’opinione pubblica. Si tratta di questioni che invece richiedono una seria analisi del fenomeno migratorio in tutte le sue dimensioni e correlazioni, sostenuta da un approccio oggettivo ed equilibrato, che parta dalla priorità della tutela dei diritti fondamentali delle persone coinvolte.
Per questa ragione, mentre esprimiamo preoccupazione per le sorti delle persone che si trovano a bordo delle navi di soccorso, riteniamo indispensabile che l’Università assuma la responsabilità del suo ruolo, mettendo i propri saperi a disposizione di un’analisi accurata di ogni aspetto degli accadimenti in oggetto.

A questo fine, è intenzione del CIR Migrare preparare, nella prima settimana del mese di dicembre 2022, un convegno interdisciplinare nella città di Palermo, che metta a confronto le migliori competenze a disposizione sul tema, coinvolgendo il mondo accademico, le scuole e la società civile tutta, in una riflessione condivisa che contribuisca a sottrarre ogni terreno a pregiudizi e strumentalizzazioni.

Scarica il comunicato

 

In quelle frontiere si scrive il futuro dell’Europa.

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Comunicato del CIR Migrare dell’Università di Palermo sulle gravissime violazioni dei diritti di uomini, donne e bambini in cerca di asilo.

 

Il Centro Interdipartimentale di Ricerca Migrare dell’Università di Palermo esprime profondo sgomento per le violenze e le gravissime violazioni dei diritti fondamentali subite alla frontiera tra Polonia e Bielorussia da migliaia di uomini, donne e bambini inermi e in cerca di protezione.

Dovrebbe essere sufficiente ad allarmare le coscienze di ciascuno e ciascuna di noi già il fatto che ai parlamentari europei nell’esercizio delle loro prerogative, come ai giornalisti internazionali che esercitano il loro diritto di cronaca, sia vietato avvicinarsi a quel confine; o che donne e uomini della società civile rischino ogni giorno e ogni notte di essere arrestati perché cercano di salvare la vita di altri esseri umani, portando loro vestiti, acqua e cibo.

Quello che sta accadendo non è solo disumano – come è possibile che un bambino siriano di un anno muoia di freddo in una foresta europea perché non riesce a chiedere asilo in uno Stato membro dell’Ue? – ma è anche assolutamente illegale. I respingimenti di massa sono vietati dalla Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato del 1951, dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti umani e delle libertà fondamentali (art. 4, Protocollo 4), come dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (art. 19).

Il diritto d’asilo, sancito all’art. 18 della stessa Carta, è un diritto universale (art. 14 della Dichiarazione universale dei diritti umani), non soggetto ad alcuna forma di discriminazione né condizionalità: il rispetto dei suoi principi, a partire da quello di non-refoulement, è obbligo inderogabile per ogni stato membro dell’Ue.

Eppure, duemila persone in fuga da guerre e persecuzioni sono descritte come “un tentativo di destabilizzare l’Europa”, senza dire che nello stralcio costante del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto dell’Ue è la vera fonte di destabilizzazione di tutto quello su cui l’Unione europea ha dichiarato di fondarsi.

La Bielorussia è accusata di utilizzare i profughi come armi contro la Polonia e l’Unione europea. Ma le violenze polacche e i respingimenti di massa, dalle fatali conseguenze, che stanno avvenendo con l’avallo delle istituzioni europee, sono l’arma che l’Europa sta rivolgendo contro se stessa.

Non sono solo i diritti degli “altri” ad essere calpestati. È il nostro stato di diritto; sono le garanzie e i principi assunti come fondamentali anche dalle costituzioni europee, come quella italiana; è lo stesso progetto di un’Unione fondata sul diritto e sui diritti a naufragare ai confini dell’Europa.

Lo vediamo in tanti Stati membri a trazione sovranista, in cui sessismo, omofobia, razzismo, nazionalismo e violazione dei diritti civili e delle libertà fondamentali stanno velocemente crescendo come fenomeni contigui.

Di fronte a tutto questo, la reazione delle istituzioni europee lascia sgomenti tanto quanto le azioni della Bielorussia e della Polonia. L’apertura di canali umanitari per poche migliaia di persone che hanno diritto di chiedere e ottenere protezione internazionale sarebbe stata sufficiente a disinnescare tutto l’orrore cui stiamo assistendo. Ma non è questa la scelta che l’Ue ha deciso di compiere, nonostante a quel confine ci siano anche tanti profughi di paesi, come l’Afghanistan, la cui crisi grava anche sulle coscienze del nostro continente.

Ma si tratta della stessa Ue che ha siglato un accordo come quello con la Turchia, nel 2016, che viola in blocco i principi che sostanziano il diritto d’asilo. Si tratta della stessa Ue che ha avallato e sostenuto il Memorandum siglato nel 2017, e rinnovato nel 2021, tra Italia e Libia, che ha permesso la cattura e il respingimento di 23.000 persone nel solo 2021 in quelli che anche Papa Francesco ha definito i lager del nostro presente.

In queste frontiere si sta scrivendo il futuro dell’Europa. E noi, docenti, ricercatori e ricercatrici, studiose e studiosi prendiamo posizione senza mezzi termini contro quelle politiche nazionali e dell’Unione europea che, nonostante il monito della storia del nostro continente, stanno sacrificando legalità costituzionale e dignità umana in nome di una realpolitik che non può che portare verso nuovi baratri.

All’Unione europea e ai suoi stati membri, a cominciare dal nostro, chiediamo di invertire la rotta prima che sia troppo tardi, e ci impegniamo a opporci a questa deriva, come possiamo, nelle nostre attività di insegnamento, ricerca, produzione e divulgazione del sapere.


Di seguito il link dell'appello a cui ha aderito il CIR Migrare tramite il presente comunicato:

https://www.google.it/amp/s/www.a-dif.org/2021/11/25/mai-con-frontex-un-appello-della-campagna-lasciatecientrare-mobilitazione-nelle-universita/amp/ 

 

Caso Camara Fantamadi | Appello al Presidente della Repubblica Italiana

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Signor Presidente della Repubblica,
la morte di Camara Fantamadi, sfinito dopo una giornata di lavoro nei campi, indigna. È un fantasma del passato che ritorna, il fantasma dello schiavo, dell’uomo che si spacca la schiena sotto il sole per pochi spiccioli, senza diritti e senza assistenza di alcun tipo. La morte di Camara Fantamadi non è un episodio, ma è esemplificativa di un fenomeno di sfruttamento di enormi dimensioni che accade sotto i nostri occhi e nell’inerzia delle autorità politiche, amministrative e giudiziarie di uno dei Paesi più industrializzati del mondo.

Riteniamo che lo Stato italiano sia tenuto a restituire a sue spese la salma di quest’uomo, morto così sul suo territorio, ai suoi familiari e di porgere le sue scuse per non averlo voluto proteggere a sufficienza, al pari di qualsiasi altro lavoratore, bianco o nero egli sia. Riteniamo che un simile gesto sia dovuto, oltre che per ragioni di umana pietà, per rispettare i valori posti al più alto grado del nostro ordinamento giuridico. Il diritto di chiunque, cittadino o straniero, a non essere sottoposto a schiavitù, servitù e lavoro forzato è riconosciuto dalla nostra Costituzione e dai trattati internazionali sui diritti umani di cui l’Italia è parte.

Confidiamo nel Suo immediato intervento
 
        Il Direttore                                                                                                    Il Rettore
       CIR Migrare                                                                                Università degli Studi di Palermo
Prof. Francesco Lo Piccolo                                                                         Prof. Fabrizio Micari

Appello all'Europa della conoscenza

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Photo by Peter Biro

Noi donne e uomini che lavoriamo, studiamo, facciamo ricerca all’Università di Palermo ci rivolgiamo ad altre donne, uomini, giovani delle Università europee per chiedere loro di costruire, insieme, un grande spazio di riflessione e azione che ponga al centro dell’attenzione i temi dei diritti e dell’eguaglianza delle persone, e delle persone migranti in particolare, e che guardi anche ai diritti delle generazioni future.

Crediamo importante che questo appello parta dalla nostra Università poiché la Sicilia è stata ed è teatro primo dell’emigrazione e dell’immigrazione. Abbiamo coscienza e consapevolezza della grave violazione della dignità umana di tante migliaia di donne e uomini, giovani e bambini migranti che hanno cercato di sbarcare nei nostri porti e di quelli che vi sono riusciti. Conosciamo anche le ragioni per cui tanti, troppi, altri giovani, del Sud dell’Italia e dell’Europa, migrano in un altrove indefinito, alla ricerca di una vita diversa da quella che la loro terra d’origine può offrire. Abbiamo, quindi, piena consapevolezza di quanto il Mediterraneo sia uno dei luoghi centrali nei quali si sta disegnando il futuro, non solo dell’Europa.

Crediamo che il ruolo dell’Università sia di contribuire alla costruzione di una conoscenza solida, che rifugga da slogan e semplificazioni e sia fondata su dati certi e su processi di ragionamento appropriati. Tale conoscenza critica, caratterizzata dall’indagine razionale e dal rifiuto dei linguaggi dell’odio e della paura, è l’unico strumento affidabile per assicurare scelte giuste in merito alle politiche migratorie, scelte che garantiscano i diritti inviolabili degli esseri umani e favoriscano l’accoglienza del diverso e dello straniero, creando al contempo le condizioni per la migliore affermazione dei giovani nel Sud dell’Europa così come nel resto del mondo. Perciò riteniamo sia nostro compito promuovere e sostenere tanto la massima circolazione quanto il confronto più aperto degli studenti, dei ricercatori e delle idee nei sistemi scolastici e universitari di tutto il mondo.

Crediamo non più rinviabili una riflessione e un’azione comuni che assumano i seguenti punti come centrali:

1. L’atto del migrare va compreso all’interno delle attuali sfide globali: i mutamenti climatici, l’erosione se non la scomparsa delle risorse primarie non rinnovabili (suolo e acqua) e la conseguente mancanza di adeguate fonti alimentari sostenibili, il prevalere del capitalismo finanziario sull’economia reale, l’affermazione di autoritarismi con grave rischio della democrazia e delle libertà umane. Riconoscere il diritto a migrare entro un quadro in espansione e in evoluzione dei diritti globali può costituire un serio contributo per il rilancio della democrazia e della libertà sia per le generazioni attuali sia per quelle future. 

2. Le politiche migratorie italiane ed europee devono tutelare le persone come titolari di diritti fondamentali riconosciuti dalla comunità internazionale, primo fra tutti il diritto alla salute intesa nel suo senso più ampio. Si impone la garanzia dei diritti umani dei soggetti deboli, costituzionalmente sanciti ma nei fatti troppo spesso gravemente violati. Essi sono tutelati dalla Carta universale dei diritti umani (che da poco ha compiuto 70 anni e che nell’art. 14 riconosce a ogni persona il diritto umano di «cercare e godere asilo dalle persecuzioni»), dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, dalla Costituzione Italiana e dalle carte costituzionali di tutti gli Stati democratici. Politiche alternative, che neghino la libertà di circolazione sul pianeta di tutti gli esseri umani, costituiscono un grave arretramento di civiltà per tutti gli Stati che le mettono in atto.

3. La vita umana è a rischio e la dignità lesa ogni qual volta un essere umano è esposto a condizioni di vulnerabilità estrema, come avviene non soltanto nel Mediterraneo (o nel deserto del Sahara) ma anche in tutti i paesi di transito dove le persone vengono sottoposte a detenzione, a torture, a violenze sessuali. L’indifferenza che proviamo di fronte a ciò che accade e l’irrilevanza che assegniamo alla vita umana ledono i fondamenti della nostra civiltà, che si è costituita anche attraverso un radicale rifiuto di tragiche esperienze del passato. Atteggiamenti estremamente gravi, perché il razzismo spesso non è la causa ma l’effetto delle oppressioni e delle violazioni dei diritti dei soggetti più deboli.

4. L’educazione e la formazione sono il luogo centrale dove possono essere costruiti il rispetto e la valorizzazione delle differenze e la lotta alle diseguaglianze economiche e sociali. È importante che questo principio venga declinato sia nella pratica educativa rivolta ai giovani europei, per renderli più consapevoli della complessità che caratterizza le società odierne, sia in particolare nei confronti dei nuovi cittadini e dei migranti, dai più piccoli agli adulti, in quanto chiunque migri ha diritto alla conoscenza della cultura e della lingua orale e scritta del Paese ospitante, condizione fondamentale per una reale inclusione. La costruzione di progetti educativi aperti ad accogliere punti di vista molteplici e plurali è il primo passo per decentrare lo sguardo, scardinare luoghi comuni e costruire modalità inedite di stare al mondo. 

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Appello alla comunità accademica italiana

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Allarmanti dati di stampa degli scorsi giorni riferiscono dell’arresto, operato in territorio egiziano, di Patrick Zaki, che frequenta in Italia il Master internazionale in Women's and Gender Studies dell’Università di Bologna e che era appena arrivato in Egitto per trascorrervi alcuni giorni ricongiungendosi alla propria famiglia di origine. Nell’esprimere viva preoccupazione per le notizie di violenze e abusi che uno studente del sistema universitario italiano avrebbe subìto nel corso di una detenzione originata da una mera professione di idee, e nella consapevolezza che la libera mobilità di studenti e studiosi costituisce, per il sistema universitario italiano come per l’intero network accademico mondiale, preziosa fonte di ricchezza in quanto strumento di dialogo, di circolazione di idee e di condivisione di saperi, il CIR “Migrare” formula il fermo auspicio che la comunità accademica italiana voglia chiedere alle Pubbliche Autorità di dispiegare ogni azione utile affinché sia concretamente garantito il pieno rispetto della dignità, dell’integrità e delle prerogative individuali delle persone ristrette nella libertà personale e sia riaffermato e tutelato il diritto di ciascuno alla libera manifestazione del proprio pensiero. 

Sulla tutela e l’accoglienza dei profughi

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In questi giorni, la presenza di un flusso di profughi verso le nostre coste ha indotto il Governo italiano a emanare, a causa della pandemia, un decreto interministeriale, firmato da quattro ministri, che ha dichiarato i porti italiani non sicuri.

Il Centro interdipartimentale Migrare. Mobilità, differenze, dialogo, diritti dell’Università degli Studi di Palermo rivolge un appello alle autorità nazionali affinché vengano garantite immediatamente la tutela e l’accoglienza dei profughi attualmente prossimi alle nostre coste. Urge in particolare consentire l’approdo dei 149 migranti a bordo della nave Alan Kurdi, al largo di Termini Imerese, per tutelare la salute sia dei migranti sia dei soccorritori.

Il Centro auspica anche che venga in ogni momento garantito il diritto e il dovere di soccorrere i naufraghi, nel rispetto delle convenzioni internazionali e della nostra Costituzione.

Soprattutto in questo periodo di incertezza e preoccupazione per la salute di ognuno di noi, appare particolarmente impellente l’esigenza di ribadire concretamente l’importanza prioritaria dei valori fondanti della solidarietà, della salute, della libertà, e del rispetto di ogni vita umana, a partire da quella dei soggetti più deboli e indifesi, quali che siano la loro etnia e la loro provenienza.

Nota del Centro di Ricerca "Migrare" sul ricorso all’aborto da parte delle donne straniere presenti in Italia

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Photo by Federica Iezzi

Le recenti polemiche politiche sul ricorso all’aborto da parte delle donne straniere presenti in Italia dimostrano innanzitutto una scarsa conoscenza del sistema sanitario italiano, che certamente non prevede che l’interruzione volontaria di gravidanza sia praticata in Pronto Soccorso.

Altra considerazione imprescindibile, nell’ottica di una offerta equa del servizio sanitario, è che le donne migranti, così come le cittadine italiane, hanno diritto a essere padrone di sé stesse e a decidere autonomamente. È responsabilità di noi tutti fare sì che ciò venga garantito rendendo questa scelta davvero libera: dunque informata e scevra da qualsiasi condizionamento economico, fisico o psicologico.

Inoltre, una valutazione obiettiva della questione non può non prendere in considerazione alcuni aspetti di particolare rilevanza:

1. Le donne migranti si trovano in una condizione di vulnerabilità, ovvero di maggiore esposizione al rischio di danno o ingiustizia. Pertanto è essenziale prestare grande attenzione alla tutela della loro salute, ivi compreso il loro diritto ad abortire che, proprio in ragione dell’esercizio del diritto alla salute, è garantito a tutte le donne.

2. Esistono potenziali difficoltà nell’impiego di metodi contraccettivi da parte delle donne straniere presenti in Italia perché solo alcuni contraccettivi sono stati inseriti in fascia A (e sono pertanto prescrivibili con il SSN) o per via di una difficoltà nella comprensione delle modalità di assunzione (ricordiamo che i foglietti illustrativi dei farmaci sono solo in lingua italiana). Per quanto concerne poi il ricorso a metodi contraccettivi meno costosi quali i preservativi, esso può essere un'alternativa solo in situazioni di rapporto consenziente. Anche in questi casi, tuttavia, alla luce del fatto che il rapporto uomo-donna è generalmente non paritario (e non solo per le donne straniere in condizione di migrazione), esso può costituire un problema per una scelta consapevole rispetto alla gravidanza.

3. Vi sono potenziali differenze culturali e una probabile assenza di un’educazione alla sessualità e alla contraccezione, sia a scopo contraccettivo che come strumento di prevenzione delle malattie.

4. Vanno considerati i possibili abusi subiti dalle donne straniere sia in territorio italiano (ove comunque, proprio in quanto soggetti vulnerabili, le donne spesso non denunciano le violenze subite), sia nei luoghi di provenienza o di passaggio, con particolare riferimento alla Libia, ove con sempre maggiore chiarezza i dati a nostra disposizione dimostrano gli abusi sessuali subiti dalle donne migranti.

5. Qualsiasi politica di restrizione nell’accesso all’aborto determinerebbe esclusivamente il riemergere della terribile pratica dell’aborto clandestino, con ricadute devastanti sulla salute delle donne, ma anche con potenziali costi aggiuntivi ben più elevati per il sistema sanitario, che dovrebbe curare le pazienti che vanno incontro a complicazioni dovute alle carenze igieniche o alla mancanza di competenza di chi porta avanti tale pratica illegale.

6. L’accesso ai servizi del sistema sanitario, ivi inclusa l’interruzione volontaria di gravidanza, è un’importante opportunità di garantire non solo una singola prestazione, ma un primo contatto e un coinvolgimento in un processo di cura che tuteli donne che possono trovarsi in condizioni di salute precarie.

La stessa legge 194/1978 evidenzia l’esistenza di un diritto alla procreazione cosciente e responsabile e sottolinea che l’interruzione volontaria di gravidanza non possa essere vista come un mezzo di controllo delle nascite: questi necessari assunti di base indicano con chiarezza la necessità di attuare politiche di educazione alla sessualità responsabile, ma non giustificano affatto alcun tipo di restrizione o obbligo di pagamento per una prestazione sanitaria che, coerentemente con l’impostazione del nostro sistema sanitario nazionale e con il dettato della Costituzione stessa, tutela il diritto alla salute come diritto di qualsiasi individuo presente sul territorio italiano, indipendentemente dalla sua cittadinanza.

Messaggio della Caritas e dell’Ufficio Migrantes dell’Arcidiocesi di Palermo sull’ordinanza del presidente della Regione Sicilia del 22 agosto 2020

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I componenti del CIR Migrare condividono con la Caritas e con l’Ufficio Migrantes dell’Arcidiocesi di Palermo preoccupazione e dissenso nei confronti dell’Ordinanza n. 33 del 22 agosto 2020 emanata dal Presidente della Regione Sicilia On. Nello Musumeci. La ricerca scientifica e la coscienza civica che alimenta le attività del CIR Migrare non possono che contrastare un provvedimento che ignora i basilari principi di riconoscimento dei diritti umani e che strumentalizza l’emergenza pandemica per finalità discriminatorie e razziste.


La Caritas Diocesana di Palermo con l’Ufficio Migrantes esprimono forte preoccupazione e fermo dissenso nei confronti dell’Ordinanza n. 33 del 22 agosto 2020 emanata dal Presidente della Regione Sicilia On. Nello Musumeci. Ciò che preoccupa nel testo del provvedimento, e nelle dichiarazioni rese alla stampa per presentarlo, è l’argomentazione solo in apparenza logica ma in realtà deficitaria sul piano razionale, nonché su quello umano ed evangelico.
L’Ordinanza parte in verità da una costatazione del tutto condivisibile, mettendo in luce l’enorme disagio in cui versano oggi sia la popolazione siciliana, sia i migranti affluiti sulle nostre coste in questi mesi estivi. I motivi: penuria di strutture idonee all’accoglienza, assenza di servizi adeguati, mancata redistribuzione in ottemperanza agli accordi europei, deresponsabilizzazione degli altri Stati membri della CEE, fughe da hotspot e centri sovraffollati.
Ma già a questo livello la lettura del fenomeno si rivela fuorviante. Il disagio, il dolore, la fatica vengono giustamente attribuiti agli abitanti delle nostre isole senza prendere però in considerazione anche lo stato e il destino di migliaia di donne, di bambini e di uomini in fuga dalla fame e dalle guerre, che concludono in Sicilia, in maniera indegna, un lungo esodo in cerca di libertà e di vita buona. Come ha fatto notare a più riprese Papa Francesco, se dividiamo l’umanità in persone di serie A e di serie B, se non ci facciamo carico del dolore di tutti, siamo destinati al fallimento umano e politico.
Infatti, la conseguenza logica di questa situazione dovrebbe essere una serie di atti amministrativi e legislativi volti a coniugare sicurezza e solidarietà, a tutelare i Siciliani e ad accogliere in maniera dignitosa i più poveri della terra. L’Ordinanza invece sceglie la via dell’ennesima negazione del diritto umano alla mobilità, la via mistificante di una nuova cosciente discriminazione.
Tutti ricordano come la Regione Sicilia aveva nei mesi scorsi, per bocca dello stesso Presidente, prefigurato misure di controllo severissime per i turisti orientati a trascorrere le loro ferie in Sicilia (trovandosi tra costoro, anche persone provenienti da paesi ad alta diffusione primaria del covid). Di quel che fu preannunziato a maggio finora non si è visto nulla, né si sono messi in atto protocolli di sicurezza volti ad evitare assembramenti o altre forme di pericolosa promiscuità.
Ma se coloro che provengono dai paesi del Nord del mondo, interessati fortemente dal coronavirus, possono muoversi ed entrare liberamente in Sicilia, perché i migranti no? Al contrario, quanti provengono dai paesi del Sud del mondo, quanti sono sottoposti giornalmente allo sfruttamento dell’Occidente, quanti hanno ‘ricevuto’ il covid dal Nord del pianeta, come una ennesima piaga, costoro no, non possono muoversi liberamente: rappresentano un pericolo sanitario. I poveri sono dunque pericolosi, devono essere discriminati, mentre proprio il covid ci ha insegnato che di fronte alla malattia siamo tutti uguali, che il virus non distingue i ricchi dai poveri, e si diffonde tra gli uni e tra gli altri, a causa degli uni e a causa degli altri, senza differenze di sorta. Il nostro Arcivescovo, Mons. Corrado Lorefice durante il discorso alla Città del Festino di S. Rosalia il 14 luglio scorso ha ribadito: “Se il virus non ci ha insegnato che il destino del mondo è uno solo, che ci salveremo o periremo assieme; se la pandemia ci ha resi ancora più pavidi e calcolatori, facendoci credere di poter salvare il nostro posto al sole, siamo degli illusi, dei poveri disperati. Basta con gli stratagemmi internazionali, con i respingimenti, basta con le leggi omicide”.
Con l’Ordinanza del Presidente Musumeci si trasmette dunque, a nostro parere, un messaggio intimamente sbagliato e antropologicamente pericoloso. Intimamente sbagliato, perché si attribuisce ai migranti la responsabilità di una diffusione del contagio che casomai è da attribuire alla mancanza di protocolli e di misure adeguate a tutelare i cittadini dell’isola e chiunque venga in Sicilia dall’Italia e dall’estero. Antropologicamente pericoloso, perché equipara i poveri agli untori e divide ancora una volta l’umanità in due, inconsapevolmente preparando e non evitando la catastrofe planetaria che verrà da un mondo disunito e disumano. È incredibile – dopo anni di studi e di ricerche sull’invenzione del capro espiatorio quale forma di perversione sociale – come vengano ancor oggi propinate teorie di questo tipo, utili forse demagogicamente sul piano del consenso politico spicciolo ma umanamente ed evangelicamente inaccettabili. “Il Signore – ha affermato ieri papa Francesco all’Angelus – ci chiederà conto di tutti i migranti caduti nei viaggi della speranza. Sono stati vittime della cultura dello scarto”.
Solo l’abbraccio tra tutti gli uomini e l’abbraccio dell’umanità alla madre Terra potrà darci futuro e speranza. 

Tratto dal sito dell’Ufficio stampa dell’Arcidiocesi di Palermo