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Il Centro di Ricerca “Migrare” sul ricorso all’aborto da parte delle donne straniere presenti in Italia

24-feb-2020

Nota del Centro di Ricerca “Migrare” sul ricorso all’aborto da parte delle donne straniere presenti in Italia 

“Le recenti polemiche politiche sul ricorso all’aborto da parte delle donne straniere presenti in Italia dimostrano innanzitutto una scarsa conoscenza del sistema sanitario italiano, che certamente non prevede che l’interruzione volontaria di gravidanza sia praticata in Pronto Soccorso.

Altra considerazione imprescindibile, nell’ottica di una offerta equa del servizio sanitario, è che le donne migranti, così come le cittadine italiane, hanno diritto a essere padrone di sé stesse e a decidere autonomamente. È responsabilità di noi tutti fare sì che ciò venga garantito rendendo questa scelta davvero libera: dunque informata e scevra da qualsiasi condizionamento economico, fisico o psicologico.

Inoltre, una valutazione obiettiva della questione non può non prendere in considerazione alcuni aspetti di particolare rilevanza:

1. Le donne migranti si trovano in una condizione di vulnerabilità, ovvero di maggiore esposizione al rischio di danno o ingiustizia. Pertanto è essenziale prestare grande attenzione alla tutela della loro salute, ivi compreso il loro diritto ad abortire che, proprio in ragione dell’esercizio del diritto alla salute, è garantito a tutte le donne.

2. Esistono potenziali difficoltà nell’impiego di metodi contraccettivi da parte delle donne straniere presenti in Italia perché solo alcuni contraccettivi sono stati inseriti in fascia A (e sono pertanto prescrivibili con il SSN) o per via di una difficoltà nella comprensione delle modalità di assunzione (ricordiamo che i foglietti illustrativi dei farmaci sono solo in lingua italiana). Per quanto concerne poi il ricorso a metodi contraccettivi meno costosi quali i preservativi, esso può essere un'alternativa solo in situazioni di rapporto consenziente. Anche in questi casi, tuttavia, alla luce del fatto che il rapporto uomo-donna è generalmente non paritario (e non solo per le donne straniere in condizione di migrazione), esso può costituire un problema per una scelta consapevole rispetto alla gravidanza.

3. Vi sono potenziali differenze culturali e una probabile assenza di un’educazione alla sessualità e alla contraccezione, sia a scopo contraccettivo che come strumento di prevenzione delle malattie.

4. Vanno considerati i possibili abusi subiti dalle donne straniere sia in territorio italiano (ove comunque, proprio in quanto soggetti vulnerabili, le donne spesso non denunciano le violenze subite), sia nei luoghi di provenienza o di passaggio, con particolare riferimento alla Libia, ove con sempre maggiore chiarezza i dati a nostra disposizione dimostrano gli abusi sessuali subiti dalle donne migranti.

5. Qualsiasi politica di restrizione nell’accesso all’aborto determinerebbe esclusivamente il riemergere della terribile pratica dell’aborto clandestino, con ricadute devastanti sulla salute delle donne, ma anche con potenziali costi aggiuntivi ben più elevati per il sistema sanitario, che dovrebbe curare le pazienti che vanno incontro a complicazioni dovute alle carenze igieniche o alla mancanza di competenza di chi porta avanti tale pratica illegale.

6. L’accesso ai servizi del sistema sanitario, ivi inclusa l’interruzione volontaria di gravidanza, è un’importante opportunità di garantire non solo una singola prestazione, ma un primo contatto e un coinvolgimento in un processo di cura che tuteli donne che possono trovarsi in condizioni di salute precarie.

La stessa legge 194/1978 evidenzia l’esistenza di un diritto alla procreazione cosciente e responsabile e sottolinea che l’interruzione volontaria di gravidanza non possa essere vista come un mezzo di controllo delle nascite: questi necessari assunti di base indicano con chiarezza la necessità di attuare politiche di educazione alla sessualità responsabile, ma non giustificano affatto alcun tipo di restrizione o obbligo di pagamento per una prestazione sanitaria che, coerentemente con l’impostazione del nostro sistema sanitario nazionale e con il dettato della Costituzione stessa, tutela il diritto alla salute come diritto di qualsiasi individuo presente sul territorio italiano, indipendentemente dalla sua cittadinanza.”

 

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