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Riattivata a Palermo la culla per la vita

4-giu-2015

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Torna in funzione la culla per la vita presso l’Istituto delle figlie della Carità di San Vincenzo. Un servizio che permette alle mamme che non vogliono o non possono prendersi cura del proprio bambino di lasciarlo in un luogo sicuro, collegato con un ospedale e in assoluto anonimato. Voluta dal Movimento per la vita, grazie alla collaborazione del Policlinico, dell’Università di Palermo e di Federvita, la culla per la vita di via Noce 28 è stata inaugurata alla presenza del rettore Roberto Lagalla, del sindaco Leoluca Orlando e della presidente del MpV di Palermo Rosa Rao.
“La culla per la vita – spiega Rosa Rao – rappresenta un segnale di disponibilità concreta verso la tutela dei nascituri. Mantenendo l’anonimato della madre biologica, ma garantendo a quest’ultima un luogo protetto e sicuro in cui lasciare il proprio figlio significa evitare gesti estremi che mettono in pericolo il neonato: come nel caso degli abbandoni nei cassonetti dell’immondizia o gli aborti”.
E’ tornata pertanto operativa, dopo due anni di inattività, la culla per la vita attivata a Palermo, nel 1998, nell’Istituto delle figlie della Carità di via Noce, 28. Nel 2007, venne presa in gestione direttamente dall’assessorato regionale alla Sanità, attraverso un collegamento diretto con il 118. Nel maggio 2013 però il servizio è stato sospeso e per due anni è rimasto inattivo. Un sistema tecnologico ne garantisce l’immediato intervento dei medici del Policlinico, nel caso in cui un neonato viene abbandonato. La postazione in cui è adagiato il lettino dove viene lasciato il bebè è dotata di un sensore che è collegato direttamente ad una linea telefonica dell’Unità di terapia intensiva neonatale (Utin) del Policlinico. L'arrivo di una chiamata al reparto segnala dunque la presenza di un bambino nella culla. In quel momento, il personale medico si adopera per attivare il trasporto e il trasferimento del piccolo paziente in ospedale per gli accertamenti e le cure necessarie. Non ci sono telecamere, così da preservare del tutto l’anonimato della madre.