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ROBERTO SAMMARTANO

Il satiro e le api. Le profezie dei Galeotai su Dionisio nell'opera di Filisto

Abstract

Sono esaminati i passi risalenti al "Perì Dionysiou" di Filisto di Siracusa, nei quali si racconta di due celebri interpretazioni offerte dagli indovini siculi detti Galeotai in merito alle prefigurazioni della gloria e della potenza di Dionisio il Vecchio (Philist. apud Cic., De divin. 1, 39 = FGrHist 556, F 57; Philist. apud Cic., De divin. 1, 73 = FGrHist 556, F 58). Nel primo si narra del sogno avuto dalla madre di Dionisio di partorire un satiretto (satyriscum), che venne interpretato dai Galeotai come l’annuncio di una splendida ed eterna fama del nascituro (diuturna fortuna). Il secondo riguarda il prodigio di uno sciame d’api apparso attorno al cavallo di Dionisio che stava per affondare nelle acque di un fiume nei pressi di Leontinoi, prodigio che a detta degli stessi indovini era un presagio divino dell’imminente investitura di Dionisio alla “monarchia”. Lo studio mira a decodificare il valore simbolico assegnato da Filisto alle figure centrali dei due presagi, ossia il satiro e lo sciame d’api. Nel primo caso il satiro, nonostante l’apparente negatività della figura mitologica, assume una valenza positiva in quanto incarna la violenza e la trasgressione che è necessaria per lo sviluppo della civiltà. I satiri, infatti, sono i principali aiutanti del dio Dioniso nell’opera di ripristino dell’ordine cosmico all’interno della polis, turbato dalle lotte intestine tra i cittadini. Per quanto riguarda il secondo prodigio, anche lo sciame d’api possiede una duplice valenza, in quanto nell’immaginario greco questi insetti, dato il perfetto funzionamento dell’alveare sotto il governo della figura “monarchica” dell’ape regina, sarebbero in grado di discernere chi è legittimato a detenere posizioni di comando all’interno di una società ben organizzata e chi invece non ne ha diritto. Nel caso del salvataggio del cavallo di Dionisio, la miracolosa apparizione dello sciame simboleggia il consenso assegnato dalla “base” popolare della società siracusana al potere autocratico di Dionisio, fondato anche sull’appoggio di una parte dell’aristocrazia siracusana. L’ambientazione del prodigio a Leontinoi va messa infatti in relazione con il colpo di stato che Dionisio attuò nel 405 a.C., quando riuscì con un abile stratagemma a far apparire legittima la sua salita al potere autocratico, mediante la cattura del consenso sia di una parte dell’esercito siracusano sia delle masse di esuli e profughi sicelioti radunatesi a Leontinoi in seguito alle conquiste cartaginesi nella parte occidentale dell’isola. L’interpretazione complessiva dei due passi in questione è dunque utile per inquadrare meglio il pensiero di Filisto in merito al nuovo sistema di potere instaurato da Dionisio a Siracusa. Si trattava, nell’ideologia dello storico “teorico” della tirannide, di un nuovo tipo di governo, che sovvertiva l’ordine tradizionale della polis repubblicana, ma che era comunque da considerare come un governo pienamente legittimo, giustificato dal consenso dei cittadini-soldati e dalla necessità di affidare il comando ad un uomo forte, capace di superare le divisioni all’interno della polis e di fronteggiare all’esterno la situazione di pericolo in cui versava Siracusa in quegli anni.