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GIUSEPPE DI BENEDETTO

La scuola di architettura di Palermo, 1779-1865

Abstract

Il quadro culturale, sociale e politico di Palermo tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento non appare favorevole alla formazione di una scuola di architettura e, più in generale, alla nascita dell’istituzione universitaria. La tentazione è quella di rappresentare la città isolata culturalmente, retriva ad ogni forma di rinnovamento, vessata dal malgoverno borbonico che controlla e reprime il libero pensiero dei pochi intellettuali sfuggiti all’esilio ed è ostile a qualunque iniziativa segnata da una seppur minima connotazione liberale. È la tipica visione storica, consolidata dall’abitudine nell’iterare luoghi comuni, sebbene non privi di fondamento, che vogliono la Sicilia eternamente depressa, periferia culturale, vittima della propria atavica condizione storica e della propria inestricabile identità, cristallizzata in una dimensione metastorica e metafisica che le consente di sottrarsi ai mutamenti epocali in virtù di un destino incomparabile e già compiuto, avverso ad ogni intromissione esterna. È necessario, quindi, accostarsi agli avvenimenti che portano alla nascita dell’università e, con essa, della principale scuola di architettura siciliana senza inutili preconcetti, ma scandagliando in profondità e con l’opportuno distacco, fatti e circostanze. Nel processo di formazione a Palermo di un’istituzione pubblica di istruzione superiore, sul modello delle università italiane ed europee, non si poteva ignorare l’importanza dell’introduzione dell’insegnamento dell’architettura anche se individuato all’interno di un ambito di studi più vasto con carattere prevalentemente scientifico. La scuola di architettura di Palermo, i suoi contenuti didattici, i docenti che in essa operavano e il loro sistema dottrinale non potevano che essere riferiti ai mo- delli delineati dallo Stato e ad esso funzionali. In quest’ottica va letto l’uso strumentale dei programmi delle discipline d’indirizzo, la costituzione del Bureau architettonico per allievi architetti e ingegneri del Corpo di Ponti e Strade. In ciò si può cogliere, anche, un aspetto originale e di maggiore modernità della scuola di architettura di Palermo e delle modalità didattiche in essa utilizzate che la differenziano dai modelli europei dove prevaleva ancora l’idea di una accademia del tutto autonoma dal sistema universitario e dove la formazione degli studenti era completata presso gli studi professionali. La visione unitaria del processo di educazione degli studenti nasceva da una tradizione pedagogica che riteneva che l’idea di una cultura piena e concreta poteva realizzarsi solo all’interno di un sistema scolastico definito, e quindi essere espressione del valore intellettuale della collettività più che della capacità del singolo maestro. Le riforme statutarie dell’Università (1805, 1841, 1860) e con essa del corso di studi di architettura rappresentano significativi momenti di verifica culturale e d’ipotesi di rinnovamento che non a caso si accompagnano o in qualche modo dipendono da eventi sociali e politici di portata epocale (rivoluzione del 1848 e rivendicazione di un’identità nazionale della Sicilia, unità d’Italia). Esse sono precedute da attente valutazioni interne dei problemi, che via via andavano emergendo, sulle metodologie e sui contenuti dell’insegnamento. L’inclinazione per le analisi critiche di esponenti di rilievo come Piazzi, Castiglia, Giachery e Basile è una tipica connotazione di quella cultura universitaria che essi rappresentavano. È anche il segno della sua enorme vitalità e delle potenzialità esistenti spesso inespresse.