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IGNAZIA MARIA BARTHOLINI

Violenza estrema tra finzione e realizzazione identitaria

  • Autori: Bartholini, IM
  • Anno di pubblicazione: 2007
  • Tipologia: Articolo in rivista (Articolo in rivista)
  • Parole Chiave: violenza, identità
  • OA Link: http://hdl.handle.net/10447/41186

Abstract

I luoghi simbolici della socializzazione secondaria e primaria sono segnati sempre più frequentemente da episodi di violenza e, soprattutto di violenza estrema, che profanano il nucleo di quelle relazioni coniugali e filiali, amorose e amicali che, per loro stessa definizione, costituiscono “i legami intimi della persona”. L’implosione della relazione, effettiva o immaginata, reale o simbolica, sfocia arbitrariamente e sempre più spesso nel massacro dell’altro, nella violenza sessuale, nella mutilazione che precede l’omicidio, in cui persino i figli diventano un mezzo per consumare la vendetta del fallimento relazionale della coppia. Si pone perciò il problema – come scrive l’autrice del saggio– dell’origine della violenza e del comportamento aggressivo che sfocia in forme estreme e, perciò stesso, dell’ordine simbolico e reale delle attuali relazioni che sembrano avere subito uno sganciamento dall’ordine morale, violando il confine sacro della vita. La violenza sia stata erroneamente tematizzata come un effetto di una relazione intima implosa; essa conota invece un tipo particolare di relazione che si protrae nel tempo (di tipo stabile), in cui gli individui coinvolti ridefiniscono il proprio profilo identitario che nella sfera pubblica – come scrive Alfred Honneth (1996) non viene riconosciuto o viene disprezzato. Il rapporto con il nemico privato – marito, compagno etc. – regredisce in una barbarie mirante a ricostituire l’identità di coloro che, attraverso la violenza, sull’altro, esigono una “rivalutazione di ruolo”. La violenza diventa quindi – a giudizio dell’autrice – non una categoria del rapporto, ma la stessa materia del rapporto, in cui il fare e il subire la violenza non sono che le due facce di una relazione volta al “riscatto identitario” dei partecipanti, qualunque sia il ruolo, la “parte” – di vittima o di carnefice – che interpretano in quella reciprocità che li vede protagonisti.