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ROBERTO SOTTILE

Aspetti della variabilità in “Fiabe novelle e racconti popolari siciliani” .

Abstract

Il materiale linguistico dei testi popolari raccolti da Pitrè è materia viva. I suoi narratori sono parlanti reali, radicati nelle rispettive comunità delle quali ripropongono i tratti linguistici – nella loro specificità e autenticità – che lo studioso deve saper cogliere e rappresentare “immediatamente”. Ma, raccogliendo e trascrivendo i testi di "Fiabe novelle e racconti popolari siciliani", Pitrè, più che con «la parola», si trova a operare con “il parlato”. Operando, dunque, sul piano “etnotestuale”, il suo materiale linguistico, assimilabile, per certi versi, a un corpus di parlato spontaneo, postula di essere osservato e rappresentato dalla prospettiva "sintattica" e non soltanto da quella strettamente "lessicale" (come nel caso dei lessicografi). La necessità di rappresentare le varie caratteristiche fonetico-fonologiche e sintattiche dei diversi dialetti dei "Racconti", induce il demologo ad andare al di là di un modello dialettale astratto e koineizzante, di superare, cioè, quello che egli definisce «dialetto in generale» per confrontarsi con le «parlate in particolare». E poiché l’ancoraggio delle differenze linguistiche ai singoli dialetti in cui sono narrate le novelle, le fiabe e i racconti è ancoraggio ai luoghi in cui quei dialetti sono parlati, la variabilità linguistica con cui Pitrè si confronta – sia sul piano metalinguistico e che su quello “operativo” – è di ordine essenzialmente diatopico. La sua riflessione sulla variabilità fa sì che lo studioso palermitano possa ben essere considerato un pioniere della varietistica. E, inoltre, se, come è vero, la sua opera, di descrizione (nella "Grammatica") e "fomalizzazione" (nelle trascrizioni delle "Fiabe") della variabilità diatopica siciliana resta altamente innovativa rispetto alla tradizione (come Osserva A. Varvaro, «i glottologi si erano spesso serviti dei materiali raccolti dai flolcloristi, ma era assai vero il contrario»), Pitrè offre anche una delle più importanti lezioni della dialettologia novecentesca, quella per la quale cultura tradizionale e cultura dialettale non possono e non devono essere disgiunte.