"Vivere e sentirsi vivere": i racconti "ritrovati" di Anna Maria Ortese
- Autori: La Monaca, D.
- Anno di pubblicazione: 2025
- Tipologia: Capitolo o Saggio
- OA Link: http://hdl.handle.net/10447/693225
Abstract
Mentre è immersa nel «gioco narrativo difficile» di «rimontare su altra velocità » nella prismatica architettura del romanzo «il lucido delirio» di tutta un’epoca vissuta tra lo «smemoramento dal male» di Angelici dolori e il «mondo di mostri e fantasmi» agitato dalla tragedia della guerra, l’autrice allude alla qualità erratica del suo scrivere, ricorrendo ad una significativa metafora topografica.Tale rimeditazione del proprio agire poetico, complice la figurazione cui ricorre, consente un elettivo accesso alla trama di sensi e segni che, negli anni controversi del conflitto mondiale, si intesse attraverso le novelle edite su «Grazia» tra il gennaio del 1942 e il giugno del 1943 e meritoriamente accolte in questo volume. La scelta ricorrente di una cartografia tra luci e ombre, ritratta in spazi interni ed esterni concreti, eppure sospesi in un’aura contemplativa, sembra, infatti, tradurre nelle forme predilette dell’apologo, proprio quel connubio «fuggente» tra il «vivere e il sentirsi vivere». Risuonano nei cinque racconti riemersi dalle colonne del periodico mondadoriano, echi riconoscibili dell’accidentato vissuto della Ortese negli anni difficili della graduale dissoluzione del microcosmo familiare, dell’affannosa ricerca di una stabilità economica, delle cocenti delusioni sentimentali così come essi si riverberano nei coevi scambi epistolari con le amiche e sodali d’arte, Marta Maria Pezzoli ed Helle Busacca. Ma come accadrà più avanti e con perseguita consapevolezza, nell’orchestrazione narrativa del Porto di Toledo, ogni accadimento della vita reale viene riletto attraverso la filigrana delle risonanze interiori che ad esso si accompagnano, delle «aggiunte» e del «mutamento» che ne metamorfizzano i contorni. «Sentirsi vivere» significa, in tal senso, disporre la scrittura all’auscultazione delle «difformità del respiro interiore», delle «sacche», dei «vuoti d’aria» che lievitano intorno all’evento reale, e che «contengono tanto tempo altrimenti indicibile e irrappresentabile» , fermare nella partitura breve della prosa il moto perenne e ondivago di ciò che esiste e di ciò che ad esso sottentra.
