Pietro Corrao
professore ordinario di storia medievale
università di palermo

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Pietro Corrao
Storia nella rete, storia con la rete

(apparso a stampa in "Nuove Effemeridi. Rassegna trimestrale di cultura", a.XIII, n.51, 2000/III, pp.53-60. Si ringrazia la Direzione della rivista per avere consentito la pubblicazione in rete)

Sia lo storico di professione, sia il semplice lettore colto di storia, di fronte all’offerta di informazione di carattere storico presente in rete mostra innanzitutto disorientamento. Al di là della confidenza con il medium informatico e telematico, dell’abilità tecnica - molto modesta, peraltro - richiesta dalla "navigazione" sul web, questo disorientamento riguarda la quantità e la natura dei materiali esistenti, nonché la loro organizzazione, o non-organizzazione. Si tratta anzitutto di un problema di riconoscimento: paradossalmente, lo stesso storico che in una libreria, o anche su un catalogo editoriale, ha la capacità quasi istintiva di selezionare il volume di buona qualità e di affidabilità scientifica, distinguendolo da libri divulgativi, da operazioni puramente commerciali o ideologiche, di fronte a una pagina web tende a smarrire ogni capacità di orientamento.

Il punto è che, in rete, non di libri si tratta, ma di materiali di altra natura, per le quali non esiste altro termine compensivo che quello - ambiguo e vago - di "risorse". "Risorsa web" è allora il saggio dello storico illustre, originalmente scritto in forma digitale o così ripubblicato e distribuito su un sito universitario, come la raccolta di fonti, o il repertorio di siti su uno specifico soggetto, come pure la pagina personale di un appassionato.

Molto più della forma editoriale tradizionale - che pure omologa dal punto di vista della materialità dell’oggetto qualunque contenuto - l’uniformità bidimensionale delle pagine web, la loro immaterialità, la loro caducità (basta un click del mouse per farla scomparire e sostituire da un’altra, nello stesso spazio, entro la stessa cornice, nelle stesse dimensioni) tende a omologare i contenuti trasmessi, a renderli difficilmente distinguibili e valutabili.

I due aspetti dello specifico dello strumento telematico - l’inedita natura dei materiali presenti in rete, la loro omologia formale - contribuiscono in misura diversa a determinare lo spaesamento e il disorientamento di cui si diceva, ma certamente i maggiori problemi derivano dal primo di essi: i materiali in rete sono di natura sostanzialmente diversa da quelli cui la tradizione scientifica ha abituato il professionista e la tradizione editoriale ha abituato il lettore colto. E ciò è vero perfino nel caso in cui sul video compaia la semplice trasposizione digitale di un testo a stampa: non risiede più su un supporto fisico autonomo, distinguibile da altri, non è più dotato di quel un certo grado di immutabilità garantito dalla stampa su carta, e soprattutto è collocato in un contesto che spesso risulta non familiare: una raccolta di testi su un tema, un sito istituzionale, una pagina personale dell'autore o di un altro studioso; inoltre, esso è collegato ad altre pagine, contenenti spesso materiali non omogenei.

A maggior ragione, il disorientamento si manifesta quando la diversità intrinseca della pagina web rispetto al tradizionale prodotto della ricerca e della riflessione storiografica si evidenzia in forme di sperimentazione della comunicazione specifiche dell’ipertestualità e della multimedialità. I prodotti di questa sperimentazione appaiono allo studioso e al lettore abituato alla tradizionale comunicazione cartacea sotto il duplice aspetto del "meraviglioso" e dell’estraneo. L’illusione di possedere e di controllare una quantità di informazioni molto maggiore di quella contenuta nelle pagine di un saggio o di un volume, l’entusiasmo per l’integrazione in un unico supporto di materiali testuali, sonori, grafici, iconografici, si accompagnano alla frustrazione e al sospetto. La frustrazione di non sapere distinguere l’"effetto speciale" dalla qualità intrinseca, il sospetto di trovarsi di fronte ad un prodotto che nasconde dietro un aspetto accattivante contenuti scientificamente incongrui o superficiali, al limite della banalità.

Infine, il disorientamento deriva non solamente dal confronto con il singolo oggetto digitale, ma dalla constatazione della enorme e crescente quantità di oggetti presenti nella rete e della loro immediata raggiungibilità. Anche qui il paragone con la familiare situazione del lavoro in una grande biblioteca regge solo fino ad un certo punto: uno scaffale che allinea volumi sulla rivoluzione francese (o il corrispondente cassetto del catalogo per materia) rimanda ad una realtà finita e variegata, ogni componente della quale ha una sola denominazione e un solo aspetto esteriore, e può essere accostato agli altri senza farli scomparire alla vista. L’elenco di siti ottenuto interrogando un "motore di ricerca" sullo stesso tema - a parte le maggiori dimensioni - sarà invece un trampolino verso infiniti salti, ciascuno dei quali può generarne altri, alcuni dei quali condurranno all’interno o a porzioni di oggetti di cui non si vedranno i contorni (i titoli, le copertine, gli indici), e che soprattutto si avvicenderanno e sostituiranno sullo schermo, neutralizzandosi a vicenda.

Da tutte queste forme di disorientamento deriva l'esigenza, ancora molto avvertita, di guide alla navigazione in rete; l'esistenza di metaindici (gateway), pagine web che presentano elenchi più o meno strutturati di link a siti su determinati argomenti, non soddisfa tali esigenze: prodotto tipico del web, il gateway ne concentra tutti i problemi di orientamento. Nati per orientare, si sono spesso trasformati in lunghissimi elenchi di link in cui risorse affidabili vengono affiancate, senza alcuna distinzione, a siti di dubbia qualità scientifica e attendibilità. Ancora: studiosi anche smaliziati, ma digiuni o quasi di telematica, continuano ad auspicare guide a stampa che facciano da ponte fra le competenze disciplinari e le nuove abitudini di navigazione. In entrambi i casi si tratta di paradossi: uno strumento tipico del linguaggio della rete, il gateway, ha perso rapidamente prestigio e utilità, sia per l'ingestibilità delle dimensioni che molti di essi hanno assunto, sia per l'indifferenziato accostamento di professionismo e dilettantismo che ne caratterizza la maggior parte. L'esigenza di guide cartacee evidenzia invece la diffidenza per il mezzo, quasi che solamente nella materialità della carta stampata si possa razionalizzare il caos della rete. Si tratta naturalmente di un'illusione, sia perché una guida, immobilizzata nella stampa, è subito invecchiata, sia perché la familiare forma del testo stampato o la sospetta volatilità della pagina web del gateway sono equivalenti se ignorano il vero problema della descrizione delle risorse disponibili in rete, che è quello della valutazione della qualità scientifica.

Se tutto ciò può valere in generale per qualunque disciplina scientifica - almeno nel campo delle scienze umane -, gli effetti di questa situazione sono particolarmente evidenti per la conoscenza storica.

La cultura storica ha uno statuto molto particolare. Essa è da un lato patrimonio di professionisti, spesso molto specializzati, organizzati nell'accademia, in centri di ricerca; dall'altro sembra essere patrimonio di chiunque: specialisti di altre discipline, dalla medicina alla fisica, ritengono - a volte a ragione - di essere abilitati a trattare della storia della loro disciplina. L'identità di comunità e di gruppi spesso si esplica in un intenso interesse e nella pratica per la memoria storica. In questi casi, la ricerca e la lettura di storia vengono intese come un esercizio di memoria, al di là di preoccupazioni teoriche, e spesso al di fuori di ogni consapevolezza dell'esistenza di uno strumentario di metodi, di un patrimonio di riflessioni, di una tradizione storiografica continuamente criticata e aggiornata.

Nascono quindi storie locali, storie disciplinari, di qualità spesso bassa o infima, che trascurano ogni ogni riferimento a problemi attuali del dibattito scientifico. Il loro limite sta soprattutto in questo, non nel localismo o provincialismo. Spesso si tratta di storie, anzi, in cui il dato locale o specifico non è affatto centrale, e che ripetono il modello della narrazione di eventi generali (di un ambito geografico più vasto, di un problema) aggiungendo poco a livello di conoscenze specifiche della realtà locale. Altra cosa, naturalmente, è la storiografia locale di antica e insigne tradizione, basata su ricerche di prima mano, condotte magari con ingenuità metodologica, ma saldamente ancorate alla realtà indagata. A livello non specialistico il discorso non cambia: la divulgazione storica è da sempre - almeno nel mondo non anglosassone - appannaggio di non professionisti, di pubblicisti generici, di pretesi storici, di appassionati locali.

La rete esalta e accresce tali tendenze fino annegare delle iniziative scientificamente attendibili in un mare di siti dilettantistici e amatoriali. In questo livellamento, in questo naufragare della professionalità è stato visto spesso un merito. Anzi forse il merito principale della rete: il fatto che il web stravolga le gerarchie fra accademia e amatori, fra ambiti egemoni e subalterni è stato presentato come una rivoluzione che aprirebbe una strada di democratizzazione della cultura storica (e non), che romperebbe il monopolio accademico (strutturato e motivato esclusivamente da relazioni di potere), dando voce e dignità a chi da quel mondo è respinto.

Ebbene, in questo panorama, un enorme ritardo ha caratterizzato e caratterizza - almeno in Europa e in Italia - la storia scientifica e professionale rispetto a quella amatoriale nell'utilizzazione della rete come strumento di comunicazione. Molti istituti di ricerca hanno tardato o tardano a costruire il proprio sito, e quando questo è avvenuto, il risultato si avvicina di più allo stile della vetrina espositiva, del depliant di presentazione, che a quello dell'iniziativa culturale forte. Abbondano, certamente, siti di servizio, istituzionali, pagine informative di Dipartimenti e di Istituti, ben lontane, però dall'offrire panorami esaustivi della ricerca, della produzione scientifica e delle sue caratteristiche. La ricerca e i suoi prodotti continuano a prendere invece la via della carta stampata, arroccandosi su un terreno in cui la concorrenza della periferia amatoriale non riesce a sfidarli. La diffidenza produce chiusure conservatrici, al limite del disprezzo per il nuovo, con il contraltare di pochi entusiastici e magniloquenti exploit di carattere apparentemente innovativo, ma che in realtà non fanno che tradurre letteralmente - per così dire - la tradizione in linguaggio digitale, o di altri pochi che scelgono invece di sacrificare rigore e congruità scientifica allo stesso linguaggio.

Al contrario, il magma delle voci dilettantistiche ha colto in pieno l’occasione digitale e telematica: associazioni che celebrano l’anacronismo o la ricostruzione di costume, singoli eruditi - più o meno improvvisati - di temi marginali, collezionisti, dilettanti volenterosi ma ignari di qualunque consapevolezza metodologica, e via via fino a cultori del mistero del passato e della new age, e fino a pseudo-storici revisionisti e negazionisti dalla forte ambiguità ideologica o dichiaratamente nostalgici e razzisti hanno inondato e inondano la rete di pagine che condividono la subalternità del contenuto alla forma digitale e telematica e ai suoi propri stili, e che - indistintamente - propongono un modello di conoscenza storica incapace di rispondere a esigenze che vadano più in là nel migliore dei casi, della curiosità occasionale e frettolosa, nel peggiore della deriva ideologica e culturale.

Lo stravolgimento delle gerarchie quantitative e qualitative, l’apparente uniformazione del valore insita nella uguale disponibilità dell’accesso al mezzo di comunicazione ha in realtà poco di positivo: il brusio indistinto di centinaia o migliaia di siti di argomento storico rischia di soffocare le voci più limpide, siano esse di professionisti che di amatori colti e motivati.

Parallelamente, nuovi centri e nuove periferie si configurano anche nel democraticissimo web: rischiano di essere ricacciati nelle seconde, ad esempio, le tradizioni storiografiche non anglossassoni, o quelle che non hanno avuto eco nel mondo anglosassone. Si veda per tutti l’ottima bibliografia sull'età carolingia elaborata da T.F.X. Noble e J.M.H. Smith (Western Michigan University), in cui le moltissime centinaia titoli di lavori in inglese presentano un quadro degli studi sicuramente vasto e coerente, ma che prescinde dalla sterminata letteratura storica tedesca, italiana e francese, centrale sull’argomento.

Nel campo degli studi storici il dominio culturale anglosassone significa pure il dominio di temi e impostazioni carattteristici della cultura anglo-americana: studi storico-letterari e culturali; gender studies, temi come le crociate o la guerra civile americana, prospettive globali come la world history o gli studi interculturali. Molto più sacrificati risultano quei nodi del dibattito storiografico fortemente radicati in Europa, e che si riferiscono più da vicino ai problemi dell’identità storica delle società del vecchio continente.

E non si tratta solamente di centri e periferie in senso geografico-linguistico: inevitabilmente, nel delineare i percorsi della sperimentazione e dell’innovazione, l’autorevolezza di alcuni "marchi di fabbrica" contribuisce a dare maggiore spazio alle proposte di standard che provengono da prestigiose sedi accademiche o editoriali, nonché da potenti lobby di produttori di software. L’apparente democrazia culturale della rete nasconde in realtà lo stabilimento di nuove - o meno nuove - egemonie. Tutto ciò è evitabile? Probabilmente, l’unica risposta è l’impegno nella sperimentazione delle risorse tecnologiche da parte di coloro che sono maggiormente radicati nella pratica della ricerca scientifica: il confronto fra diverse proposte di innovazione che sfruttino la trasformazione possibile dei linguaggi della ricerca e della comunicazione storica come pure il risalto e la diffusione garantita dalla rete, ma muovendosi all’interno delle logiche proprie di una lunga tradizione di rigore scientifico, di abitudine critica, di specifici saperi metodologici.

Trascorso il tempo delle ubriacature informatiche che fra anni ‘60 e ‘70 hanno caratterizzato quella parte della storiografia affascinata dall’illusione di fondare "scientificamente" (cioè quantitativamente) gli studi di storia, superata la necessità della codifica rigida dei dati imposta da quella che ormai va definita "paleoinformatica", la riflessione sull’innovazione deve partire dai dati oggettivi della realtà attuale delle tecnologie digitali e di rete.

Il primo dato e che queste tecnologie - e le strutture che le sostengono - consentono la circolazione di testi e di informazioni in tempi rapidi e con costi contenuti. Ciò significa che i prodotti della ricerca specialistica, spesso senza mercato editoriale, possono trovare un canale di diffusione alternativo alla stampa; e ciò è ancor più vero se si pensa alle prospettiva di un’editoria on demand, basata cioè sul deposito dei testi in una "casa editrice digitale", che li riproduce a stampa solamente su ordinazione. Ma ciò significa pure che si può immaginare una più forte integrazione fra diversi livelli della produzione storiografica, dalla ricerca settoriale e specialistica alla manualistica e alla divulgazione.

Non dissimili le riflessioni che è possibile fare sull’altra importante caratteristica del testo digitale: la fluidità della strutturazione del testo (scritto, iconico o di altra natura), grazie al semplice ma rivoluzionario strumento del link; l'ipertestualità consente di immaginare che il medesimo testo parli a lettori dalle differenti caratteristiche ed esigenze, la stessa rete testuale costruita dall'autore contenga dati e proposte rivolte a utenti diversi. Ma, naturalmente, c’è di più, sotto questo aspetto: lasciando da parte le molte (troppe?) raffinatissime riflessioni di ispirazione postmodernista sulla destrutturazione del testo in relazione alle possibilità ipertestuali, va rilevato che la struttura tendenzialmente non lineare dei materiali digitali consente di sperimentare o di immaginare una maniera diversa di concepire quasi tutte le attività connesse con il mestiere dello storico, dal rapporto con le fonti (accesso, edizione, critica, comparazione), alla scrittura e alla narrazione, all’argomentazione.

I limiti e lo scopo di queste pagine non consentono di proseguire organicamente in questa direzione; è però possibile provare a suggerire ciò che si è appena sfiorato riprendendo i temi da cui queste note sono partite, quelli della natura della produzione storica esistente sul web e della sua valutazione a fini di orientamento.

La proposta finale di questo articolo è una brevissima rassegna di diverse tipologie siti di storia, esaminati sotto l’aspetto della reale trasformazione innovativa dei linguaggi storiografici adottati.

Una delle grandi illusioni connesse alla rete è stata ed è quella della possibilità di estendere ad infinitum e di incrementare la discussione nella comunità degli studiosi: forum e liste di discussione sono a lungo sembrate una vera innovazione nelle pratiche storiografiche. In realtà, a chi guardi la pochezza dei contenuti della stragrande maggioranza delle discussioni che si svolgono in rete - spesso stentatamente - fra studiosi (e studenti) di storia, risulta chiaro che non è sicuramente questa la strada per portare nelle discipline storiche una vera innovazione: egregiamente utilizzabili come mezzo di scambio di semplici (a volte banali) informazioni, liste e reti si rivelano non più adatte delle tradizionali conversazioni nei corridoi dei convegni a mettere in comunicazione gli studiosi riguardo alle idee e alle riflessioni.

Una gran quantità di siti di argomento storico riproduce senza proporre alcun tipo di trasformazione delle forme tradizionali gli usuali strumenti della comunicazione scientifica: riviste, repertori, edizioni di fonti, banche dati. In questo caso siamo dinanzi a iniziative che sfruttano (spesso al meglio) solamente alcune caratteristiche della telematica, l’economicità, la velocità e l’ampiezza della diffusione, la possibilità di aggiornamento. Si tratta di opportunità di trasformazioni di notevole importanza nella pratica storiografica, ma non ne stravolgono le caratteristiche, se non indirettamente e con relativa lentezza. Interessanti proposte sono state avanzate riguardo all’aggiornamento e alla discussione storiografica attraverso periodici che privilegiano lo strumento della recensione, che - grazie alle possibilità della telematica - tende a mutare natura, da semplice segnalazione-valutazione ad elemento di dibattito a più voci, non esclusa quella dell’autore.

La potenziale capacità della rete di contenere una tipologia di materiali caratterizzata da quantità e dispersione, oltre che da problemi di riproducibilità (le fonti, i testi) è continuamente frustrata da legislazioni inadeguate e arretrate relativamente al diritto d’autore e a quelli dei depositari delle fonti stesse. Certamente banche di testi e di fonti troverebbero sul web enormi potenzialità di sviluppo rispetto ai costi elevatissimi della pubblicazione a stampa, ma va detto che il panorama attuale non offre che limitatissimi esempi. Le specifiche caratteristiche delle fonti storiche, la non immediata leggibilità, la quantità e la ripetitività, lo strettissimo legame con la realtà locale che le ha prodotte fanno sì che depositi elettronici (eventualmente in rete) di documenti storici siano pensabili solamente considerando la necessità di forti investimenti in denaro ed energie umane. Va piuttosto considerato che corpi di documenti omogenei possono essere utilizzati in un diverso rapporto con il "prodotto finito" della ricerca, essere cioè più strettamente integrati nel testo storico di quanto non consenta la tradizionale appendice documentaria o la classica nota. Vanno poi prese in considerazione le possibilità di arricchire i testi documentari con link a materiali di corredo, di costruire raccolte del tutto virtuali raccogliendo i link a edizioni esistenti, di strutturare su più livelli testo originale, traduzioni, apparati critici.

Sicuramente, le tecnologie digitali e telematiche hanno un forte impatto sulla divulgazione e sulla didattica, cioè sulla trasmissione della cultura storiografica. Particolarmente adatta appare l’ipertestualità a strumenti di comunicazione come manuali, opere di sintesi, "libri di testo", reference books; e particolarmente adeguata a questo tipo di materiale è la possibilità di diffusione e di accesso a strumenti del genere attraverso postazioni remote e individuali. La quantità di courseware storico presente in rete è testimonianza della peculiare versatilità dimostrata dalla pagina web a scopo didattico e manualistico.

Analoghe considerazioni valgono per la divulgazione. L'enorme e crescente capacità di coinvolgimento di largo pubblico caratteristico della rete consente di progettare una divulgazione in campo storico di grande efficacia. Le caratteristiche del mezzo telematico facilitano l'impatto visivo (a costi contenuti) e la possibilità di strutturare su più livelli l'informazione, offrendo prodotti scalari per diversi tipi di pubblico o per diversi momenti e scopi dell'informazione. Suggestive ipotesi di ricostruzione virtuale, trasposizioni in rete di mostre ed esposizioni, creazione di textbooks o di enciclopedie on line sono strade sperimentate già adesso e che promettono molto bene. Come si è già osservato, inoltre, il confine fra prodotto scientifico e divulgativo tende a divenire meno rigido grazie alla possibilità di una strutturazione su diversi livelli di un testo. Di particolare interesse in proposito la proposta di un autorevolissimo storico americano, Robert Darnton, relativa ad un testo piramidale, costituito da un primo livello di carattere sintetico (diffuso indifferentemente su carta o in rete) e da molti altri progressivamente più specialistici o contenenti documentazione e materiali di corredo o di confronto.

Risulta evidente, a questo punto, che al di là della valutazione di qualità, la distinzione fra materiali di origine professionale e materiali amatoriali sta - oltre che, ovviamente, nei contenuti - nella capacità di innovazione, di utilizzazione effettiva dei vantaggi delle tecnologie. L’enorme pletora di siti amatoriali di argomento storico non innova minimamente rispetto alla tradizionale storia dei dilettanti. Prodotti e gestiti per lo più da singoli appassionati, a volte riproducono le tradizionali pagine di storia locale o municipale, a volte hanno ambizione di costituire punti di riferimento su un argomento o su un periodo. Il fascino della "pubblicazione" non è l'unico motivo che spinge alla moltiplicazione dei siti di questo genere. Dietro questa sta una effettiva domanda conoscenza storica. Il problema è che, in un’epoca in cui i processi di legittimazione e di costruzione dell’identità - di ogni genere - sembrano risiedere sempre meno nella rivisitazione (o ricostruzione, o "invenzione") del passato, questa domanda riguarda temi che confinano - o sconfinano - con il gusto del mistero e dell’enigma, della spigolatura, della curiosità, o che esprimono indirizzi ideologici ambigui e contraddittori. Obiettivo delle iniziative di questo genere in rete è quello di di costruire reti di comunicazione sempre più vaste fra appassionati, piuttosto che esplorare e utilizzare le capacità di incremento di conoscenza che le tecnologie consentono o possono consentire.

Si è posta al centro di queste note la questione dell’innovazione dei linguaggi storiografici. Ma linguaggi che parlano di cosa? E in che modo? Si apre qui un altro grande capitolo, che non può trovare posto in questa sede. Solamente un accenno interrogativo va però fatto, in conclusione di una "navigazione" a tratti per nulla ordinata fra scogli problematici di proporzioni a volte colossali. L’accentuazione della dimensione informativa e della possibilità di moltiplicare le quantità di materiali producibili e riproducibili attraverso la rete presenta il rischio di un decadimento progressivo, nel lavoro storico, della dimensione argomentativa e della proposta di interpretazione. Una sorta di nuovo positivismo storiografico si nasconde paradossalmente dietro la spinta alla destrutturazione della narrazione lineare tipica del grande ipertesto che il web configura?

Emerge da tutto ciò la necessità che nel bagaglio della formazione degli storici sia presente anche l'acquisizione della familiarità con la rete e il suo linguaggio, attuale o potenziale. Il che non significa solamente padroneggiare del software, ma aprire i propri orizzonti e pensare in termini digitali e telematici: sapere che ci si può rivolgere ad una comunità più vasta e differenziata, abituarsi ad integrare materiali di natura diversa, sperimentare proposte articolate in più livelli di lettura, immaginare nessi più cogenti fra i temi e le tappe della propria ricerca (fino a pensare all’intera produzione di uno studioso o di una istituzione come un unico ipertesto), sperimentare forme di testualità non tradizionali, progettare iniziative non limitate a singoli temi di ricerca o a singoli corpi di fonti. Da queste e da altre analoghe capacità passa la legittimazione di nuovi standard nella produzione della conoscenza storica.

E’ stato scritto che la rete è insieme strumento della memoria e dell’oblio (De Carli); nulla di più adeguato ad una forma di conoscenza, come quella storica, che è continua riconfigurazione del panorama di ciò che va e può essere ricordato e di ciò che può essere dimenticato.

 





Riferimenti

 

Bibliografia

L’abbondante bibliografia (soprattutto anglosassone) sui diversi aspetti dell’impatto della telematica sulle scienze umane e sulla storia in particolare non può essere adeguatamente selezionata nei limiti di questo spazio. Si è scelto allora di privilegiare piuttosto i riferimenti a materiali e siti presenti in rete. Come punti di riferimento bibliografici italiani sugli aspetti più generali dei problemi qui trattati si indicano solamente:

F. Carlini, Lo stile del web, Einaudi, Torino 1998

L. De Carli, Internet. Memoria e oblio, Bollati Boringhieri, Torino 1997

 

Webliografia

Un primo orientamento sui siti web di storia in può venire dal saggio di G. Abbattista, Ricerca storica e telematica in Italia <http://www.unifi.it/riviste/cromohs/4_99/abba.html#> e dai lavori di A. Zorzi, segnalati dallo stesso autore nella pagina Medioevo preso in rete <http://www.storia.unifi.it/_PIM/AIM/risorse.htm>. Deve trovare posto qui un ringraziamento ad Andrea Zorzi per le molte suggestioni derivate dalle appassionate conversazioni e dal lavoro comune nel campo cui si riferiscono queste note.

 

Il problema della valutazione dei siti web è stato affrontato da numerosissime istituzioni accademiche e bibliotecarie; si vedano, rispettivamente per una prospettiva italiana e per una statunitense, la pagina elaborata da E. Boretti per l’Associazione Italiana Bibliotecari <http://www.aib.it/aib/contr/boretti1.htm>, le indicazioni della Biblioteca dell’University of California, Thinking Critically about WWW Resources <http://www.library.ucla.edu/libraries/college/help/critical/index.htm>, quelle di H. N. Tillman, Direttore della Biblioteca del Babson College, Evaluating Quality on the Net <http://www.hopetillman.com/findqual.html>.

 

Fra gli innumerevoli elenchi di risorse web per la storia - molti dei quali sono enormi elenchi non strutturati che affastellano links dai titoli poco significativi - sono di ottima fattura e molto completi quello della WWW Virtual Library <http://www.ukans.edu/history/VL/>, The Voice of the Shuttle <http://vos.ucsb.edu/>, quello elaborato dall’Institute for the Historical Research inglese <http://ihr.sas.ac.uk/>, quello della DePauw University <http://www.depauw.edu/acad/history/resources.htm>. Una diversa tipologia di guide alle risorse per la storia è quelli di motori di ricerca specificamente dedicati ad un soggetto, come Argos (per gli studi classici e medievali <http://argos.evansville.edu/>); a metà fra questi e il tradizionale gateway è Labyrinth, <http://www.georgetown.edu/labyrinth/labyrinth-home.html>. Alcune iniziative molto articolate ambiscono a fornire insieme indicazioni di risorse web, testi, saggi, documenti, bibliografie; tra queste si vedano l’americana Online Reference Book (ORB, allocato nel sito del Rodhes College <http://orb.rhodes.edu/>) e Reti Medievali. Iniziative on line per gli studi medievistici <http://www.retimedievali.it/>, entrambe dedicate agli studi medievali.

 

La maggiore utilità delle riviste storiche on line sta nella tempestività delle recensioni; in questo senso il ruolo degli E-Journal è stato sottolineato da P. O'Brien, Reviewers and Reviewing: A Manifesto for a New Electronic Journal <http://ihr.sas.ac.uk/ihr/bbs.ihr.html>. Ottime per la vastità degli interessi e il numero di volumi trattato The Medieval Review <http://www.hti.umich.edu/b/bmr/tmr.html>, Reviews in History (dell’Institute for Historical Research <http://ihr.sas.ac.uk/ihr/reviews/reviews.mnu.html>), Crohmos. Cyber review of modern historiography, rivista elettronica italiana dedicata agli studi sull’età moderna <http://www.unifi.it/riviste/cromohs/>, e la sezione recensioni dell’importante rete di argomento storico denominata H-Net <http://www.h-net.msu.edu/reviews/>. Dedicata allo specifico campo disciplinare della diplomatica è l’italiana Scrineum <http://dobc.unipv.it/scrineum/scrineum.htm>, mentre alla medievistica fa riferimento la sezione Rivista di Reti Medievali <http://www.storia.unifi.it/_RM/rivista>; di carattere generale, invece Essays in History <http://etext.virginia.edu/journals/EH/>.

Per l’aggiornamento bibliografico (limitato all’editoria francese) è di grande utilità il servizio offerto on line dalla libreria parigina La Boutique de l’Histoire <http://www.bhistoire.com/>, che rende conto periodicamente di tutte le novità editoriali di argomento storico.

Continui aggiornamenti, dibattiti e contributi sui problemi dell’informatica applicata agli studi storici si trovano nelle riviste on line Journal of the Association for History and Computing <http://mcel.pacificu.edu/JAHC/jahcindex.htm>, Journal of Multimedia History <http://www.albany.edu/jmmh/vol1no1/v1n1.html>, Perspective on line (rivista dell’American Historical Association <http://chnm.gmu.edu/aha/persp/index.html>).

Un’ottima guida alle pubblicazioni on line è la tedesca History Journals Guide <http://www.history-journals.de/hjg-period-mag.html>; per le riviste dedicate all’età moderna e contemporanea, una buona guida è stata elaborata da A. Pons (Università di Valencia <http://www.uv.es/~apons/revistes.htm>). La problematica relativa alle riviste on line è stata trattata in prospettiva italiana in un importante intervento di A. De Robbio <http://www.burioni.it/forum/adr-period.htm#5>.

 

Numerosi centri di ricerca dedicano alla realizzazione di materiali per gli studi storici in rete; si segnalano:

The Applied History Research Group (University of Calgary <http://www.ucalgary.ca/HIST/tutor/index.html>)

The Center for History and New Media (George Mason University <http://chnm.gmu.edu/>), The Virginia Center for Digital History <http://jefferson.village.virginia.edu/vcdh/>, The Association for History and Computing <http://grid.let.rug.nl/ahc/>.

 

Alcuni contributi importanti al dibattito sulla trasformazione indotta dall’irrompere del digitale negli studi storici sono il saggio di R. Darnton, The New Age of the Book <http://www.nybooks.com/nyrev/WWWarchdisplay.cgi?19990318005F>, e quelli di D. A. Trinkle, History and the Computer Revolutions. A Survey of Current Practices <http://www.mcel.pacificu.edu/JAHC/JAHCII1/ARTICLESII1/Trinkle/Trinkleindex.html> e di J. D. Kitchens, Electronic Scholarly Publishing and the Future of History < http://mcel.pacificu.edu/JAHC/JAHCIII2/ARTICLES/lib/kitchens.html>; di notevole interesse la proposta sperimentale di saggistica storica ipertestuale elaborata dall’Interactive Paper Project <http://lrsdb.ed.uiuc.edu:591/ipp/default.htm>. Sull’argomento, relativamente alla medievistica, il Polo Informatico Medievistico del Dipartimento di Storia dell’Università di Firenze (una delle istituzioni accademiche italiane più attive in campo telematico), e le già citate Reti Medievali e Scrineum organizzano nel prossimo giugno un Workshop dedicato a Gli studi medievali e il mutamento digitale <http://www.storia.unifi.it/_PIM/medium-evo/>.

 

Esempi di archivi di testi e fonti digitalizzate sono Elihos (curato dalla citata rivista digitale Crohmos, che raccoglie testi della storiografia moderna <http://www.unifi.it/riviste/cromohs/bibliot/catalog.html>), le sezioni Biblioteca e Didattica di Reti Medievali (l’una rende disponibili saggi già pubblicati "versati" dagli autori in forma digitale, l’altra pubblica in rete documenti medievali per la didattica: <http://www.lett.unitn.it/_RM/biblioteca>, <http://www.storia.unive.it/_RM/didattica>), i diversi Internet Sourcebook di P. Halsall (le maggiori raccolte di documenti, per uso didattico, in traduzione inglese, per gli studi medievali, moderni, e di altre specializzazioni, confluiti nel citato ORB <http://www.fordham.edu/halsall/sbook2.html>, <http://www.fordham.edu/halsall/mod/modsbook.html>), la raccolta Eurodocs (iniziativa di un’associazione di biblioteche statunitensi <http://library.byu.edu/~rdh/eurodocs/medren.html>), l’Hanover Text Project <http://history.hanover.edu/texts.html>, la biblioteca digitale Carrie (Università del Kansas <http://ku<http.cc.ukans.edu/carrie/carrie_main.html>), l’Online Medieval and Classical Library (OMACL, dell’Università di Berkeley <http://sunsite.berkeley.edu/OMACL/>), ARCHIM (del Ministero della Cultura francese, una raccolta di fac-simile documentari francesi <http://www.culture.fr/documentation/caran/somaire3.htm>), la grande raccolta di testi dell’Università di Evansville (EAWC <http://eawc.evansville.edu/essays/mepage.htm>), la colossale raccolta di miniature trecentesche messe in rete dalla Biblioteque Nationale de France (Le roi Charles V et son temps <http://www.bnf.fr/enluminures/accueil.shtm>), l’importante e pioneristico Mediceo Avanti Principato (MAP, dell’Archivio di Stato di Firenze, che pubblica riproduzioni dell’intero fondo archivistico di questo nome <http://www.archiviodistato.firenze.it/Map/VisRicFil.html>) .

Tipico esempio di riversamento di testi pubblicati a stampa è l’iniziativa, di sapore quasi archeologico - ma di grande utilità - per la pubblicazione in rete della Catholic Encyclopedia del 1913 <http://www.knight.org/advent/cathen/>.

La bibliografia sull’età carolingia citata nel testo (T.F.X. Noble, J.M.H. Smith, Medieval Institute, Western Michigan University) è in <http://www.wmich.edu/medieval/rawl/carolingian/index1.html>.

 

Esempi di iniziative di carattere divulgativo di buona o ottima qualità prodotti da istituzioni, i siti derivati dalle mostre Creating French Culture (Library of Congress, Washington <http://lcweb.loc.gov/exhibits/bnf/bnf0002.html>) e Tous les savoirs du monde chrétien (Biblioteque Nationale de France) <http://www.bnf.fr/web-bnf/pedagos/dossitsm/occichre.htm>. Divulgazione di buon livello, che sfrutta tecniche ipertestuali il sito Hyperhistory <http://www.hyperhistory.com/online_n2/History_n2/a.html>, curato da un appassionato non professionista. Tutte le contraddizioni di un sito gestito da un amatore, dallo scarso rigore, alla carenza di organicità, alla notevole ricchezza dell’informazione, nelle pagine di French Revolution <http://members.aol.com/agentmess/frenchrev/summary.html>; di qualità molto migliore, la raccolta di documenti realizzata da cultori di storia contemporanea, ma ospitata da un sito universitario, World War I Primary Document Archive <http://www.lib.byu.edu/estu/wwi/>. Un altro sito personale, quello di S. Kreis, A Student's Guide to the Study of History <http://www.pagesz.net/~stevek/guide/guide.html>, è una strutturatissima guida agli studi storici, nata fuori dagli ambienti accademici, ma adesso segnalata come standard da numerose università americane.

 

Siti esemplari delle possibilità offerte dalle nuove tecnologie alla comunicazione negli studi storici sono Valley of the Shadow (impressionante archivio di documenti di ogni genere e natura relativi a due comunità americane durante la guerra civile, realizzato dall’Università della Virginia <http://www.iath.virginia.edu/vshadow2>), Victorian web (biografie di personaggi e introduzioni ai diversi aspetti della storia dei secoli XVII-XVIII, della Brown University <http://www.stg.brown.edu/projects/hypertext/landow/victorian/victov.html>), Ecole (dell’Università di Evansville: collezione organica di documenti e biografie relative ai primi secoli della storia della Chiesa <http://cedar.evansville.edu/~ecoleweb/>, The Glorious Revolution of 1688 (North Park University <http://www.lawsch.uga.edu/~glorious/>), The Decameron web (Brown University <http://www.brown.edu/Departments/Italian_Studies/dweb/dweb.shtml>), The Great Chicago Fire and the web of Memory (in collaborazione fra la Northwestern University e la Chicago History Society <http://www.chicagohistory.org/fire/>), Plague and Public Health in Renaissance Europe <http://jefferson.village.virginia.edu/osheim/intro.html>, WebChron (North Park University <http://campus.northpark.edu/history/webChron/index.html>). Si tratta in questo caso di iniziative prodotte da università e centri di ricerca, che è utile mettere a confronto con una ricca raccolta di saggi ipertestuali, Medieval English Towns <http://orb.rhodes.edu/encyclop/culture/towns/towns.html>, opera di uno storico non accademico, ricercatore del Canadian Museum of Civilization.

 

Dell’immensa quantità di siti amatoriali, di pagine personali dedicate agli studi storici, di siti creati da società di storia locale, non si può rendere conto; tuttavia, basta utilizzare un "motore di ricerca" su qualsiasi tema storico per averne le necessarie indicazioni.