Sia lo storico di professione,
sia il semplice lettore colto di storia, di fronte
all’offerta di informazione di carattere storico
presente in rete mostra innanzitutto disorientamento. Al
di là della confidenza con il medium informatico
e telematico, dell’abilità tecnica - molto modesta,
peraltro - richiesta dalla "navigazione" sul
web, questo disorientamento riguarda la quantità e la
natura dei materiali esistenti, nonché la loro
organizzazione, o non-organizzazione. Si tratta
anzitutto di un problema di riconoscimento:
paradossalmente, lo stesso storico che in una libreria,
o anche su un catalogo editoriale, ha la capacità quasi
istintiva di selezionare il volume di buona qualità e
di affidabilità scientifica, distinguendolo da libri
divulgativi, da operazioni puramente commerciali o
ideologiche, di fronte a una pagina web tende a smarrire
ogni capacità di orientamento.
Il punto è che, in rete, non
di libri si tratta, ma di materiali di altra natura, per
le quali non esiste altro termine compensivo che quello
- ambiguo e vago - di "risorse". "Risorsa
web" è allora il saggio dello storico illustre,
originalmente scritto in forma digitale o così
ripubblicato e distribuito su un sito universitario,
come la raccolta di fonti, o il repertorio di siti su
uno specifico soggetto, come pure la pagina personale di
un appassionato.
Molto più della forma
editoriale tradizionale - che pure omologa dal punto di
vista della materialità dell’oggetto qualunque
contenuto - l’uniformità bidimensionale delle pagine
web, la loro immaterialità, la loro caducità (basta un
click del mouse per farla scomparire e sostituire
da un’altra, nello stesso spazio, entro la stessa
cornice, nelle stesse dimensioni) tende a omologare i
contenuti trasmessi, a renderli difficilmente
distinguibili e valutabili.
I due aspetti dello specifico
dello strumento telematico - l’inedita natura dei
materiali presenti in rete, la loro omologia formale -
contribuiscono in misura diversa a determinare lo
spaesamento e il disorientamento di cui si diceva, ma
certamente i maggiori problemi derivano dal primo di
essi: i materiali in rete sono di natura sostanzialmente
diversa da quelli cui la tradizione scientifica ha
abituato il professionista e la tradizione editoriale ha
abituato il lettore colto. E ciò è vero perfino nel
caso in cui sul video compaia la semplice trasposizione
digitale di un testo a stampa: non risiede più su un
supporto fisico autonomo, distinguibile da altri, non è
più dotato di quel un certo grado di immutabilità
garantito dalla stampa su carta, e soprattutto è
collocato in un contesto che spesso risulta non
familiare: una raccolta di testi su un tema, un sito
istituzionale, una pagina personale dell'autore o di un
altro studioso; inoltre, esso è collegato ad altre
pagine, contenenti spesso materiali non omogenei.
A maggior ragione, il
disorientamento si manifesta quando la diversità
intrinseca della pagina web rispetto al tradizionale
prodotto della ricerca e della riflessione storiografica
si evidenzia in forme di sperimentazione della
comunicazione specifiche dell’ipertestualità e della
multimedialità. I prodotti di questa sperimentazione
appaiono allo studioso e al lettore abituato alla
tradizionale comunicazione cartacea sotto il duplice
aspetto del "meraviglioso" e dell’estraneo.
L’illusione di possedere e di controllare una quantità
di informazioni molto maggiore di quella contenuta nelle
pagine di un saggio o di un volume, l’entusiasmo per
l’integrazione in un unico supporto di materiali
testuali, sonori, grafici, iconografici, si accompagnano
alla frustrazione e al sospetto. La frustrazione di non
sapere distinguere l’"effetto speciale"
dalla qualità intrinseca, il sospetto di trovarsi di
fronte ad un prodotto che nasconde dietro un aspetto
accattivante contenuti scientificamente incongrui o
superficiali, al limite della banalità.
Infine, il disorientamento
deriva non solamente dal confronto con il singolo
oggetto digitale, ma dalla constatazione della enorme e
crescente quantità di oggetti presenti nella rete e
della loro immediata raggiungibilità. Anche qui il
paragone con la familiare situazione del lavoro in una
grande biblioteca regge solo fino ad un certo punto: uno
scaffale che allinea volumi sulla rivoluzione francese
(o il corrispondente cassetto del catalogo per materia)
rimanda ad una realtà finita e variegata, ogni
componente della quale ha una sola denominazione e un
solo aspetto esteriore, e può essere accostato agli
altri senza farli scomparire alla vista. L’elenco di
siti ottenuto interrogando un "motore di
ricerca" sullo stesso tema - a parte le maggiori
dimensioni - sarà invece un trampolino verso infiniti
salti, ciascuno dei quali può generarne altri, alcuni
dei quali condurranno all’interno o a porzioni di
oggetti di cui non si vedranno i contorni (i titoli, le
copertine, gli indici), e che soprattutto si
avvicenderanno e sostituiranno sullo schermo,
neutralizzandosi a vicenda.
Da tutte queste forme di
disorientamento deriva l'esigenza, ancora molto
avvertita, di guide alla navigazione in rete;
l'esistenza di metaindici (gateway), pagine web
che presentano elenchi più o meno strutturati di link
a siti su determinati argomenti, non soddisfa tali
esigenze: prodotto tipico del web, il gateway ne
concentra tutti i problemi di orientamento. Nati per
orientare, si sono spesso trasformati in lunghissimi
elenchi di link in cui risorse affidabili vengono
affiancate, senza alcuna distinzione, a siti di dubbia
qualità scientifica e attendibilità. Ancora: studiosi
anche smaliziati, ma digiuni o quasi di telematica,
continuano ad auspicare guide a stampa che facciano da
ponte fra le competenze disciplinari e le nuove
abitudini di navigazione. In entrambi i casi si tratta
di paradossi: uno strumento tipico del linguaggio della
rete, il gateway, ha perso rapidamente prestigio
e utilità, sia per l'ingestibilità delle dimensioni
che molti di essi hanno assunto, sia per
l'indifferenziato accostamento di professionismo e
dilettantismo che ne caratterizza la maggior parte.
L'esigenza di guide cartacee evidenzia invece la
diffidenza per il mezzo, quasi che solamente nella
materialità della carta stampata si possa
razionalizzare il caos della rete. Si tratta
naturalmente di un'illusione, sia perché una guida,
immobilizzata nella stampa, è subito invecchiata, sia
perché la familiare forma del testo stampato o la
sospetta volatilità della pagina web del gateway
sono equivalenti se ignorano il vero problema della
descrizione delle risorse disponibili in rete, che è
quello della valutazione della qualità scientifica.
Se tutto ciò può valere in
generale per qualunque disciplina scientifica - almeno
nel campo delle scienze umane -, gli effetti di questa
situazione sono particolarmente evidenti per la
conoscenza storica.
La cultura storica ha uno
statuto molto particolare. Essa è da un lato patrimonio
di professionisti, spesso molto specializzati,
organizzati nell'accademia, in centri di ricerca;
dall'altro sembra essere patrimonio di chiunque:
specialisti di altre discipline, dalla medicina alla
fisica, ritengono - a volte a ragione - di essere
abilitati a trattare della storia della loro disciplina.
L'identità di comunità e di gruppi spesso si esplica
in un intenso interesse e nella pratica per la memoria
storica. In questi casi, la ricerca e la lettura di
storia vengono intese come un esercizio di memoria, al
di là di preoccupazioni teoriche, e spesso al di fuori
di ogni consapevolezza dell'esistenza di uno
strumentario di metodi, di un patrimonio di riflessioni,
di una tradizione storiografica continuamente criticata
e aggiornata.
Nascono quindi storie locali,
storie disciplinari, di qualità spesso bassa o infima,
che trascurano ogni ogni riferimento a problemi attuali
del dibattito scientifico. Il loro limite sta
soprattutto in questo, non nel localismo o
provincialismo. Spesso si tratta di storie, anzi, in cui
il dato locale o specifico non è affatto centrale, e
che ripetono il modello della narrazione di eventi
generali (di un ambito geografico più vasto, di un
problema) aggiungendo poco a livello di conoscenze
specifiche della realtà locale. Altra cosa,
naturalmente, è la storiografia locale di antica e
insigne tradizione, basata su ricerche di prima mano,
condotte magari con ingenuità metodologica, ma
saldamente ancorate alla realtà indagata. A livello non
specialistico il discorso non cambia: la divulgazione
storica è da sempre - almeno nel mondo non anglosassone
- appannaggio di non professionisti, di pubblicisti
generici, di pretesi storici, di appassionati locali.
La rete esalta e accresce tali
tendenze fino annegare delle iniziative scientificamente
attendibili in un mare di siti dilettantistici e
amatoriali. In questo livellamento, in questo naufragare
della professionalità è stato visto spesso un merito.
Anzi forse il merito principale della rete: il fatto che
il web stravolga le gerarchie fra accademia e amatori,
fra ambiti egemoni e subalterni è stato presentato come
una rivoluzione che aprirebbe una strada di
democratizzazione della cultura storica (e non), che
romperebbe il monopolio accademico (strutturato e
motivato esclusivamente da relazioni di potere), dando
voce e dignità a chi da quel mondo è respinto.
Ebbene, in questo panorama, un
enorme ritardo ha caratterizzato e caratterizza - almeno
in Europa e in Italia - la storia scientifica e
professionale rispetto a quella amatoriale
nell'utilizzazione della rete come strumento di
comunicazione. Molti istituti di ricerca hanno tardato o
tardano a costruire il proprio sito, e quando questo è
avvenuto, il risultato si avvicina di più allo stile
della vetrina espositiva, del depliant di
presentazione, che a quello dell'iniziativa culturale
forte. Abbondano, certamente, siti di servizio,
istituzionali, pagine informative di Dipartimenti e di
Istituti, ben lontane, però dall'offrire panorami
esaustivi della ricerca, della produzione scientifica e
delle sue caratteristiche. La ricerca e i suoi prodotti
continuano a prendere invece la via della carta
stampata, arroccandosi su un terreno in cui la
concorrenza della periferia amatoriale non riesce a
sfidarli. La diffidenza produce chiusure conservatrici,
al limite del disprezzo per il nuovo, con il contraltare
di pochi entusiastici e magniloquenti exploit di
carattere apparentemente innovativo, ma che in realtà
non fanno che tradurre letteralmente - per così dire -
la tradizione in linguaggio digitale, o di altri pochi
che scelgono invece di sacrificare rigore e congruità
scientifica allo stesso linguaggio.
Al contrario, il magma delle
voci dilettantistiche ha colto in pieno l’occasione
digitale e telematica: associazioni che celebrano
l’anacronismo o la ricostruzione di costume, singoli
eruditi - più o meno improvvisati - di temi marginali,
collezionisti, dilettanti volenterosi ma ignari di
qualunque consapevolezza metodologica, e via via fino a
cultori del mistero del passato e della new age,
e fino a pseudo-storici revisionisti e negazionisti
dalla forte ambiguità ideologica o dichiaratamente
nostalgici e razzisti hanno inondato e inondano la rete
di pagine che condividono la subalternità del contenuto
alla forma digitale e telematica e ai suoi propri stili,
e che - indistintamente - propongono un modello di
conoscenza storica incapace di rispondere a esigenze che
vadano più in là nel migliore dei casi, della curiosità
occasionale e frettolosa, nel peggiore della deriva
ideologica e culturale.
Lo stravolgimento delle
gerarchie quantitative e qualitative, l’apparente
uniformazione del valore insita nella uguale
disponibilità dell’accesso al mezzo di comunicazione
ha in realtà poco di positivo: il brusio indistinto di
centinaia o migliaia di siti di argomento storico
rischia di soffocare le voci più limpide, siano esse di
professionisti che di amatori colti e motivati.
Parallelamente, nuovi centri e
nuove periferie si configurano anche nel
democraticissimo web: rischiano di essere ricacciati
nelle seconde, ad esempio, le tradizioni storiografiche
non anglossassoni, o quelle che non hanno avuto eco nel
mondo anglosassone. Si veda per tutti l’ottima
bibliografia sull'età carolingia elaborata da T.F.X.
Noble e J.M.H. Smith (Western Michigan University), in
cui le moltissime centinaia titoli di lavori in inglese
presentano un quadro degli studi sicuramente vasto e
coerente, ma che prescinde dalla sterminata letteratura
storica tedesca, italiana e francese, centrale
sull’argomento.
Nel campo degli studi storici
il dominio culturale anglosassone significa pure il
dominio di temi e impostazioni carattteristici della
cultura anglo-americana: studi storico-letterari e
culturali; gender studies, temi come le crociate
o la guerra civile americana, prospettive globali come
la world history o gli studi interculturali.
Molto più sacrificati risultano quei nodi del dibattito
storiografico fortemente radicati in Europa, e che si
riferiscono più da vicino ai problemi dell’identità
storica delle società del vecchio continente.
E non si tratta solamente di
centri e periferie in senso geografico-linguistico:
inevitabilmente, nel delineare i percorsi della
sperimentazione e dell’innovazione, l’autorevolezza
di alcuni "marchi di fabbrica" contribuisce a
dare maggiore spazio alle proposte di standard che
provengono da prestigiose sedi accademiche o editoriali,
nonché da potenti lobby di produttori di software.
L’apparente democrazia culturale della rete nasconde
in realtà lo stabilimento di nuove - o meno nuove -
egemonie. Tutto ciò è evitabile? Probabilmente,
l’unica risposta è l’impegno nella sperimentazione
delle risorse tecnologiche da parte di coloro che sono
maggiormente radicati nella pratica della ricerca
scientifica: il confronto fra diverse proposte di
innovazione che sfruttino la trasformazione possibile
dei linguaggi della ricerca e della comunicazione
storica come pure il risalto e la diffusione garantita
dalla rete, ma muovendosi all’interno delle logiche
proprie di una lunga tradizione di rigore scientifico,
di abitudine critica, di specifici saperi metodologici.
Trascorso il tempo delle
ubriacature informatiche che fra anni ‘60 e ‘70
hanno caratterizzato quella parte della storiografia
affascinata dall’illusione di fondare
"scientificamente" (cioè quantitativamente)
gli studi di storia, superata la necessità della
codifica rigida dei dati imposta da quella che ormai va
definita "paleoinformatica", la riflessione
sull’innovazione deve partire dai dati oggettivi della
realtà attuale delle tecnologie digitali e di rete.
Il primo dato e che queste
tecnologie - e le strutture che le sostengono -
consentono la circolazione di testi e di informazioni in
tempi rapidi e con costi contenuti. Ciò significa che i
prodotti della ricerca specialistica, spesso senza
mercato editoriale, possono trovare un canale di
diffusione alternativo alla stampa; e ciò è ancor più
vero se si pensa alle prospettiva di un’editoria on
demand, basata cioè sul deposito dei testi in una
"casa editrice digitale", che li riproduce a
stampa solamente su ordinazione. Ma ciò significa pure
che si può immaginare una più forte integrazione fra
diversi livelli della produzione storiografica, dalla
ricerca settoriale e specialistica alla manualistica e
alla divulgazione.
Non dissimili le riflessioni
che è possibile fare sull’altra importante
caratteristica del testo digitale: la fluidità della
strutturazione del testo (scritto, iconico o di altra
natura), grazie al semplice ma rivoluzionario strumento
del link; l'ipertestualità consente di
immaginare che il medesimo testo parli a lettori dalle
differenti caratteristiche ed esigenze, la stessa rete
testuale costruita dall'autore contenga dati e proposte
rivolte a utenti diversi. Ma, naturalmente, c’è di più,
sotto questo aspetto: lasciando da parte le molte
(troppe?) raffinatissime riflessioni di ispirazione
postmodernista sulla destrutturazione del testo in
relazione alle possibilità ipertestuali, va rilevato
che la struttura tendenzialmente non lineare dei
materiali digitali consente di sperimentare o di
immaginare una maniera diversa di concepire quasi tutte
le attività connesse con il mestiere dello storico, dal
rapporto con le fonti (accesso, edizione, critica,
comparazione), alla scrittura e alla narrazione,
all’argomentazione.
I limiti e lo scopo di queste
pagine non consentono di proseguire organicamente in
questa direzione; è però possibile provare a suggerire
ciò che si è appena sfiorato riprendendo i temi da cui
queste note sono partite, quelli della natura della
produzione storica esistente sul web e della sua
valutazione a fini di orientamento.
La proposta finale di questo
articolo è una brevissima rassegna di diverse tipologie
siti di storia, esaminati sotto l’aspetto della reale
trasformazione innovativa dei linguaggi storiografici
adottati.
Una delle grandi illusioni
connesse alla rete è stata ed è quella della
possibilità di estendere ad infinitum e di
incrementare la discussione nella comunità degli
studiosi: forum e liste di discussione sono a lungo
sembrate una vera innovazione nelle pratiche
storiografiche. In realtà, a chi guardi la pochezza dei
contenuti della stragrande maggioranza delle discussioni
che si svolgono in rete - spesso stentatamente - fra
studiosi (e studenti) di storia, risulta chiaro che non
è sicuramente questa la strada per portare nelle
discipline storiche una vera innovazione: egregiamente
utilizzabili come mezzo di scambio di semplici (a volte
banali) informazioni, liste e reti si rivelano
non più adatte delle tradizionali conversazioni nei
corridoi dei convegni a mettere in comunicazione gli
studiosi riguardo alle idee e alle riflessioni.
Una gran quantità di siti di
argomento storico riproduce senza proporre alcun tipo di
trasformazione delle forme tradizionali gli usuali
strumenti della comunicazione scientifica: riviste,
repertori, edizioni di fonti, banche dati. In questo
caso siamo dinanzi a iniziative che sfruttano (spesso al
meglio) solamente alcune caratteristiche della
telematica, l’economicità, la velocità e
l’ampiezza della diffusione, la possibilità di
aggiornamento. Si tratta di opportunità di
trasformazioni di notevole importanza nella pratica
storiografica, ma non ne stravolgono le caratteristiche,
se non indirettamente e con relativa lentezza.
Interessanti proposte sono state avanzate riguardo
all’aggiornamento e alla discussione storiografica
attraverso periodici che privilegiano lo strumento della
recensione, che - grazie alle possibilità della
telematica - tende a mutare natura, da semplice
segnalazione-valutazione ad elemento di dibattito a più
voci, non esclusa quella dell’autore.
La potenziale capacità della
rete di contenere una tipologia di materiali
caratterizzata da quantità e dispersione, oltre che da
problemi di riproducibilità (le fonti, i testi) è
continuamente frustrata da legislazioni inadeguate e
arretrate relativamente al diritto d’autore e a quelli
dei depositari delle fonti stesse. Certamente banche di
testi e di fonti troverebbero sul web enormi potenzialità
di sviluppo rispetto ai costi elevatissimi della
pubblicazione a stampa, ma va detto che il panorama
attuale non offre che limitatissimi esempi. Le
specifiche caratteristiche delle fonti storiche, la non
immediata leggibilità, la quantità e la ripetitività,
lo strettissimo legame con la realtà locale che le ha
prodotte fanno sì che depositi elettronici
(eventualmente in rete) di documenti storici siano
pensabili solamente considerando la necessità di forti
investimenti in denaro ed energie umane. Va piuttosto
considerato che corpi di documenti omogenei possono
essere utilizzati in un diverso rapporto con il
"prodotto finito" della ricerca, essere cioè
più strettamente integrati nel testo storico di quanto
non consenta la tradizionale appendice documentaria o la
classica nota. Vanno poi prese in considerazione le
possibilità di arricchire i testi documentari con link
a materiali di corredo, di costruire raccolte del tutto
virtuali raccogliendo i link a edizioni
esistenti, di strutturare su più livelli testo
originale, traduzioni, apparati critici.
Sicuramente, le tecnologie
digitali e telematiche hanno un forte impatto sulla
divulgazione e sulla didattica, cioè sulla trasmissione
della cultura storiografica. Particolarmente adatta
appare l’ipertestualità a strumenti di comunicazione
come manuali, opere di sintesi, "libri di
testo", reference books; e particolarmente
adeguata a questo tipo di materiale è la possibilità
di diffusione e di accesso a strumenti del genere
attraverso postazioni remote e individuali. La quantità
di courseware storico presente in rete è
testimonianza della peculiare versatilità dimostrata
dalla pagina web a scopo didattico e manualistico.
Analoghe considerazioni valgono
per la divulgazione. L'enorme e crescente capacità di
coinvolgimento di largo pubblico caratteristico della
rete consente di progettare una divulgazione in campo
storico di grande efficacia. Le caratteristiche del
mezzo telematico facilitano l'impatto visivo (a costi
contenuti) e la possibilità di strutturare su più
livelli l'informazione, offrendo prodotti scalari per
diversi tipi di pubblico o per diversi momenti e scopi
dell'informazione. Suggestive ipotesi di ricostruzione
virtuale, trasposizioni in rete di mostre ed
esposizioni, creazione di textbooks o di
enciclopedie on line sono strade sperimentate già
adesso e che promettono molto bene. Come si è già
osservato, inoltre, il confine fra prodotto scientifico
e divulgativo tende a divenire meno rigido grazie alla
possibilità di una strutturazione su diversi livelli di
un testo. Di particolare interesse in proposito la
proposta di un autorevolissimo storico americano, Robert
Darnton, relativa ad un testo piramidale, costituito da
un primo livello di carattere sintetico (diffuso
indifferentemente su carta o in rete) e da molti altri
progressivamente più specialistici o contenenti
documentazione e materiali di corredo o di confronto.
Risulta evidente, a questo
punto, che al di là della valutazione di qualità, la
distinzione fra materiali di origine professionale e
materiali amatoriali sta - oltre che, ovviamente, nei
contenuti - nella capacità di innovazione, di
utilizzazione effettiva dei vantaggi delle tecnologie.
L’enorme pletora di siti amatoriali di argomento
storico non innova minimamente rispetto alla
tradizionale storia dei dilettanti. Prodotti e gestiti
per lo più da singoli appassionati, a volte riproducono
le tradizionali pagine di storia locale o municipale, a
volte hanno ambizione di costituire punti di riferimento
su un argomento o su un periodo. Il fascino della
"pubblicazione" non è l'unico motivo che
spinge alla moltiplicazione dei siti di questo genere.
Dietro questa sta una effettiva domanda conoscenza
storica. Il problema è che, in un’epoca in cui i
processi di legittimazione e di costruzione
dell’identità - di ogni genere - sembrano risiedere
sempre meno nella rivisitazione (o ricostruzione, o
"invenzione") del passato, questa domanda
riguarda temi che confinano - o sconfinano - con il
gusto del mistero e dell’enigma, della spigolatura,
della curiosità, o che esprimono indirizzi ideologici
ambigui e contraddittori. Obiettivo delle iniziative di
questo genere in rete è quello di di costruire reti di
comunicazione sempre più vaste fra appassionati,
piuttosto che esplorare e utilizzare le capacità di
incremento di conoscenza che le tecnologie consentono o
possono consentire.
Si è posta al centro di queste
note la questione dell’innovazione dei linguaggi
storiografici. Ma linguaggi che parlano di cosa? E in
che modo? Si apre qui un altro grande capitolo, che non
può trovare posto in questa sede. Solamente un accenno
interrogativo va però fatto, in conclusione di una
"navigazione" a tratti per nulla ordinata fra
scogli problematici di proporzioni a volte colossali.
L’accentuazione della dimensione informativa e della
possibilità di moltiplicare le quantità di materiali
producibili e riproducibili attraverso la rete presenta
il rischio di un decadimento progressivo, nel lavoro
storico, della dimensione argomentativa e della proposta
di interpretazione. Una sorta di nuovo positivismo
storiografico si nasconde paradossalmente dietro la
spinta alla destrutturazione della narrazione lineare
tipica del grande ipertesto che il web configura?
Emerge da tutto ciò la
necessità che nel bagaglio della formazione degli
storici sia presente anche l'acquisizione della
familiarità con la rete e il suo linguaggio, attuale o
potenziale. Il che non significa solamente padroneggiare
del software, ma aprire i propri orizzonti e pensare in
termini digitali e telematici: sapere che ci si può
rivolgere ad una comunità più vasta e differenziata,
abituarsi ad integrare materiali di natura diversa,
sperimentare proposte articolate in più livelli di
lettura, immaginare nessi più cogenti fra i temi e le
tappe della propria ricerca (fino a pensare all’intera
produzione di uno studioso o di una istituzione come un
unico ipertesto), sperimentare forme di testualità non
tradizionali, progettare iniziative non limitate a
singoli temi di ricerca o a singoli corpi di fonti. Da
queste e da altre analoghe capacità passa la
legittimazione di nuovi standard nella produzione della
conoscenza storica.
E’ stato scritto che la rete
è insieme strumento della memoria e dell’oblio (De
Carli); nulla di più adeguato ad una forma di
conoscenza, come quella storica, che è continua
riconfigurazione del panorama di ciò che va e può
essere ricordato e di ciò che può essere dimenticato.