aggiornamento n. 1454
del 16/02/2009 12:16
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I nostri seminari. Quarto incontro con il penalista Caleca
Giornalismo online, poche leggi in Italia
L'avvocato mette sul tavolo di Ateneonline i problemi dell'ordinamento italiano con l'informazione sul web. Ne emerge un quadro poco definito: leggi che scarseggiano, libertà di stampa minacciata, carente coordinamento internazionale. Si tenta di applicare al web criteri inadatti: Internet è un "sistema indefinito" che esige nuove formule legislative

Internet e la libertà d'informazione. Internet e il diritto a informare e a essere informati. Internet e i limiti che la legge dovrebbe porre per evitare la disinformazione. Al giorno d'oggi, si può affermare che il web è davvero "democratico"? Oppure la libertà d'informazione, alla quale si appella chiunque voglia pubblicare una notizia sulla 'rete', rischia di trasformarsi in un'arma a doppio taglio? E in che modo i legislatori italiani affrontano il problema dei confini incerti di Internet?

Sono solo alcuni degli interrogativi che oggi il penalista Nino Caleca ha affrontato davanti alla redazione di Ateneonline, sottolineando un problema fondamentale: per il momento, in Italia non esistono norme che disciplinano in modo chiaro l'informazione online. E poco si è fatto a livello internazionale per legiferare in materia e, soprattutto, definire una base comune tra gli ordinamenti dei vari Stati.

"Uno dei limiti certi per l'informazione italiana sul web - afferma Caleca - è quello del reato di diffamazione, strettamente legato al concetto di riservatezza. Internet permette di immettere input e di fruire di questi input in un archivio informatico mondiale dai confini indefiniti. Se i dati privati (come per esempio quelli "sensibili" sugli orientamenti ideologici, sessuali, e sulla salute di una persona) finiscono sul web, la loro riservatezza non è più tutelata dall'ordinamento italiano". E gli ambiti non ancora disciplinati restano ancora troppi: "Non è ancora chiaro - sottolinea il penalista - quale sia il tribunale competente per giudicare, in che modo individuare i responsabili dei reati, come e dove applicare le sanzioni. Una delle differenze tra l'ordinamento italiano e quello inglese, per esempio è che da noi la la privacy intesa come 'diritto alla solitudine', non è tutelata. Il dato 'sensibile' viene protetto soltanto quando ha valore economico".

Forse Internet mette a rischio la privacy, ma certamente tutela bene - e forse troppo, secondo Caleca - l'anonimato. Rendendo quindi complicato rintracciare il colpevole di diffamazione, o un disinformatore. Il caso dei blog e dei newsgroup non è per nulla disciplinato: "Il moderatore di un gruppo di discussione non è tenuto a verificare l'attendibilità dei dati che pubblica, a differenza del direttore di un quotidiano". Il rischio che fa intravedere Caleca è quello di un oligopolio o addirittura un monopolio dell'informazione: se "l'anarchia dei blog" conduce alla disinformazione, "il giurista potrebbe essere costretto a considerare le notizie sul web come un bene commerciale allo stesso livello, per esempio, dei cd". E quindi, brevettabile. Una volta soggetta a brevetto, potrebbero fare informazione soltanto i soggetti che dispongono di maggiori risorse. I più deboli non avrebbero accesso alle notizie e sarebbero manipolati.

Il difetto principale dell'ordinamento italiano, secondo l'avvocato, è quello di 'appoggiarsi' su norme già esistenti per regolare ambiti che, come il web, hanno invece bisogno di criteri di tipo diverso. Sono infatti due i problemi che il web pone al giurista italiano ed internazionale: diffonde un'enorme mole di informazioni di ogni tipo (dai testi scritti ai filmati, dai brani audio alle fotografie) che dovrebbero invece essere disciplinate ciascuna in modo diverso; ma, aspetto più importante, Internet sconvolge la categorie di spazio e tempo, che sono alla base di ogni norma giuridica.
Vittoria Dragotta (26 ott 05)
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