
L'inchiesta. Il recupero dei detenuti nelle carceri isolane
Dietro le sbarre imparare un mestiere
In Sicilia ha ancora un costo troppo alto
"Quasi impossibile trovare imprenditori disposti a far lavorare un detenuto, servono più incentivi" spiega il provveditore regionale all'amministrazione penitenziaria Orazio Faramo. L'Isola vanta alcuni "fiori all'occhiello" ma reinserirsi nella società resta
difficile. Aumenta il ricorso alle pene alternative
Ventisei
istituti di pena, 5.802 detenuti, 8 centri
provinciali di servizio sociale. Sono le cifre che fotografano la realtà carceraria
siciliana. Numeri che però da soli dicono poco su come funziona la macchina
del recupero dei detenuti, che passa soprattutto attraverso una parola: lavoro,
che dietro le sbarre assume un significato particolare. "In questo momento
il lavoro è il nostro più grande problema - spiega Orazio Faramo,
provveditore regionale agli istituti di pena - secondo le direttive dell'ordinamento
penitenziario e della stessa costituzione noi dovremmo cercare di fare lavorare
più detenuti possibile. Ma la realtà sociale non sempre li aiuta".
Chi è in carcere può lavorare per l'istituto di pena (è il
caso più frequente, in Sicilia i lavoratori di questo tipo nel 2004
sono stati 1.000) o per una cooperativa esterna.
Questa tipologia è sicuramente la più interessante, perché consente
un legame più stretto con la realtà al di fuori delle carceri,
ma è anche più difficile da praticare (nel 2004 in Sicilia 136
detenuti hanno lavorato per l'esterno). "Ci sono delle belle esperienze
- racconta Faramo -, il
teatro sta ottenendo ottimi risultati, a Siracusa c'è un
forno che produce pane e dolci biologici, poi venduti alla mensa, allo spaccio
degli agenti e anche in alcuni punti vendita. A Barcellona, nell'ospedale psichiatrico
giudiziario, c'è una
cooperativa interna/esterna che mette al lavoro detenuti in via di guarigione".
In Sicilia circa due detenuti su dieci partecipano a
corsi di formazione o lavorano nell'istituto di pena, ma ci sono difficoltà oggettive a diffondere
questo tipo di esperienze, e trasfomarle da "fiori all'occhiello" in
realtà quotidiane.
"Purtroppo per un imprenditore far lavorare un detenuto ha dei costi troppo
alti. Ci sono - precisa il provveditore - leggi che concedono incentivi fiscali,
ma sono irrisori, e quindi per i detenuti è difficile trovare spazio all'esterno.
Nella realtà siciliana poi la disoccupazione è un problema generale,
che è amplificato per chi ha avuto problemi con la legge". Lo conferma
anche Annunziata Riccioli, direttore del Centro
di servizio sociale della Provincia di Palermo. "Il mondo del lavoro - dice - è poco sensibile al problema
del reinserimento. Ci sono ancora resistenze e diffidenza. Non pretendiamo che
gli ex carcerati abbiano il sopravvento sugli altri, ma sono soggetti fragili
e in quanto tali vanno aiutati". Il centro per l'assistenza sociale si occupa
della cosiddetta "area penale esterna", di fondamentale importanza
per il recupero di chi ha subito una condanna, ma anche per evitare che le carceri
si riempiano di persone che hanno commesso piccoli reati. Infatti, solo chi deve
scontare una condanna, totale o residua, di tre anni può usufruire dei
servizi esterni. Il limite sale a quattro anni per i tossicodipendenti.
Ci sono tre modalità di misure alternative: l'affidamento in prova al
servizio sociale, la semilibertà, la detenzione domiciliare. "Il
primo - precisa la Riccioli - prevede un vero e proprio contratto tra il
detenuto e il centro di servizio sociale, che si occupa del trattamento e
della sorveglianza".
Il contratto nasce anche dalla relazione tra il servizio sociale e le istituzioni
(Comune, Asl e Sert) che lavorano in rete. In caso di mancato rispetto dei
termini del contratto, le misure alternative possono essere ridiscusse o
revocate. "Per
fortuna in pochi casi si arriva alla revoca, perché in genere chi
inizia un percorso tende a completarlo". La semilibertà consiste
nel trascorrere fuori dal carcere alcune ore della giornata, per dedicarsi
ad attività lavorative,
o di studio, o comunque utili al reinserimento. Nelle ore fuori dal carcere
il soggetto è controllato dal servizio sociale, che collabora con
il carcere, che mantiene la responsabilità completa del trattamento
complessivo. La detenzione domiciliare riguarda soggetti con particolari
condizioni di salute o personali. La pena può essere scontata presso
la casa o presso strutture sanitarie. È una misura che scatta per
le madri di figli con meno di 8 anni, o per persone con più di 65
anni di età, e per i minorenni.
C'è il caso di un soggetto affetto da Hiv conclamato (in questo caso
non ci sono limiti di pena). La competenza del controllo è delle forze
di polizia. Il servizio sociale ha solo compiti di assistenza. La Riccioli
dà un
giudizio positivo delle misure alternative: "Aiutano chi ha sbagliato
a ritornare nell'ambiente esterno, e poi fanno sì che la persona rifletta
sulle proprie esperienze. Chi va in carcere vede scardinata la propria vita
sociale e familiare. Un'assenza di un componente di un nucleo familiare comporta
molti disagi. Gli assistenti sociali svolgono un ruolo fondamentale nell'aiuto
di queste persone".
Salvatore Trapani Nadia Palazzolo (18 marzo
2005)
rev anme