aggiornamento n. 1454
del 16/02/2009 12:16
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L'inchiesta. Il recupero dei detenuti nelle carceri isolane

Dietro le sbarre imparare un mestiere
In Sicilia ha ancora un costo troppo alto

"Quasi impossibile trovare imprenditori disposti a far lavorare un detenuto, servono più incentivi" spiega il provveditore regionale all'amministrazione penitenziaria Orazio Faramo. L'Isola vanta alcuni "fiori all'occhiello" ma reinserirsi nella società resta difficile. Aumenta il ricorso alle pene alternative

Ventisei istituti di pena, 5.802 detenuti, 8 centri provinciali di servizio sociale. Sono le cifre che fotografano la realtà carceraria siciliana. Numeri che però da soli dicono poco su come funziona la macchina del recupero dei detenuti, che passa soprattutto attraverso una parola: lavoro, che dietro le sbarre assume un significato particolare. "In questo momento il lavoro è il nostro più grande problema - spiega Orazio Faramo, provveditore regionale agli istituti di pena - secondo le direttive dell'ordinamento penitenziario e della stessa costituzione noi dovremmo cercare di fare lavorare più detenuti possibile. Ma la realtà sociale non sempre li aiuta". Chi è in carcere può lavorare per l'istituto di pena (è il caso più frequente, in Sicilia i lavoratori di questo tipo nel 2004 sono stati 1.000) o per una cooperativa esterna.

Questa tipologia è sicuramente la più interessante, perché consente un legame più stretto con la realtà al di fuori delle carceri, ma è anche più difficile da praticare (nel 2004 in Sicilia 136 detenuti hanno lavorato per l'esterno). "Ci sono delle belle esperienze - racconta Faramo -, il teatro sta ottenendo ottimi risultati, a Siracusa c'è un forno che produce pane e dolci biologici, poi venduti alla mensa, allo spaccio degli agenti e anche in alcuni punti vendita. A Barcellona, nell'ospedale psichiatrico giudiziario, c'è una cooperativa interna/esterna che mette al lavoro detenuti in via di guarigione". In Sicilia circa due detenuti su dieci partecipano a corsi di formazione o lavorano nell'istituto di pena, ma ci sono difficoltà oggettive a diffondere questo tipo di esperienze, e trasfomarle da "fiori all'occhiello" in realtà quotidiane.

"Purtroppo per un imprenditore far lavorare un detenuto ha dei costi troppo alti. Ci sono - precisa il provveditore - leggi che concedono incentivi fiscali, ma sono irrisori, e quindi per i detenuti è difficile trovare spazio all'esterno. Nella realtà siciliana poi la disoccupazione è un problema generale, che è amplificato per chi ha avuto problemi con la legge". Lo conferma anche Annunziata Riccioli, direttore del Centro di servizio sociale della Provincia di Palermo. "Il mondo del lavoro - dice - è poco sensibile al problema del reinserimento. Ci sono ancora resistenze e diffidenza. Non pretendiamo che gli ex carcerati abbiano il sopravvento sugli altri, ma sono soggetti fragili e in quanto tali vanno aiutati". Il centro per l'assistenza sociale si occupa della cosiddetta "area penale esterna", di fondamentale importanza per il recupero di chi ha subito una condanna, ma anche per evitare che le carceri si riempiano di persone che hanno commesso piccoli reati. Infatti, solo chi deve scontare una condanna, totale o residua, di tre anni può usufruire dei servizi esterni. Il limite sale a quattro anni per i tossicodipendenti.

Ci sono tre modalità di misure alternative: l'affidamento in prova al servizio sociale, la semilibertà, la detenzione domiciliare. "Il primo - precisa la Riccioli - prevede un vero e proprio contratto tra il detenuto e il centro di servizio sociale, che si occupa del trattamento e della sorveglianza". Il contratto nasce anche dalla relazione tra il servizio sociale e le istituzioni (Comune, Asl e Sert) che lavorano in rete. In caso di mancato rispetto dei termini del contratto, le misure alternative possono essere ridiscusse o revocate. "Per fortuna in pochi casi si arriva alla revoca, perché in genere chi inizia un percorso tende a completarlo". La semilibertà consiste nel trascorrere fuori dal carcere alcune ore della giornata, per dedicarsi ad attività lavorative, o di studio, o comunque utili al reinserimento. Nelle ore fuori dal carcere il soggetto è controllato dal servizio sociale, che collabora con il carcere, che mantiene la responsabilità completa del trattamento complessivo. La detenzione domiciliare riguarda soggetti con particolari condizioni di salute o personali. La pena può essere scontata presso la casa o presso strutture sanitarie. È una misura che scatta per le madri di figli con meno di 8 anni, o per persone con più di 65 anni di età, e per i minorenni. C'è il caso di un soggetto affetto da Hiv conclamato (in questo caso non ci sono limiti di pena). La competenza del controllo è delle forze di polizia. Il servizio sociale ha solo compiti di assistenza. La Riccioli dà un giudizio positivo delle misure alternative: "Aiutano chi ha sbagliato a ritornare nell'ambiente esterno, e poi fanno sì che la persona rifletta sulle proprie esperienze. Chi va in carcere vede scardinata la propria vita sociale e familiare. Un'assenza di un componente di un nucleo familiare comporta molti disagi. Gli assistenti sociali svolgono un ruolo fondamentale nell'aiuto di queste persone".
Salvatore Trapani Nadia Palazzolo (18 marzo 2005)

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