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Le critiche mosse dalla comunità scientifica al cosiddetto progetto di restauro della Villa del Casale proposto dall'alto commissario dott. Vittorio Sgarbi si erano focalizzate, fino ad oggi, esclusivamente sull'intendimento di distruzione della copertura realizzata nel 1957 dall'architetto Franco Minissi (figure 1-5). Il nostro giudizio era riferito alle poche notizie filtrate, poiché del progetto erano stati resi noti esclusivamente degli schizzi e non altro. Fino al punto che quella eccessiva riservatezza aveva cominciato a far supporre che il preteso progetto esecutivo non esistesse affatto. Un mese addietro la redazione di Monumento-Documento aveva ricevuto (confidenzialmente) alcuni grafici che denunciavano la completa mancanza di approfondimenti scientifici, carenza assolutamente intollerabile, soprattutto se riguardante un complesso monumentale di eccezionale interesse come quello di Piazza Armerina (figure 6-11). Ma forse, proprio per quella nostra denuncia, recentemente, i responsabili del Centro regionale per il Restauro, guidati da un "moto di orgoglio", hanno pubblicato un dossier sulla rivista Kalos ed allestito una sezione nel loro sito internet, dove ha trovato ampio spazio il famigerato "progetto".
Anche se, in verità, da quello che appare, non si può definire quegli elaborati come appartenenti a un progetto di restauro nel senso specialistico del termine, se ne può ricavare una serie di allarmanti informazioni che ci confermano il livello di massima approssimazione contenuto in quel lavoro. Sembrerebbe che un vero progetto con elaborati esecutivi non sia stato mai concepito (figure 12-14). Quanto reso disponibile è soltanto una sequenza di fotografie e schizzi, che però lasciano trasparire i propositi degli estensori che, per certo, non appaiono guidati da un corretto approccio metodologico informato alle attuali teorie della conservazione. È stato messo a punto, dunque, un programma di intenzioni e non ci sarebbe nulla di male se si trattasse di buone intenzioni. I cattivi propositi vengono esplicitati nelle linee guida schematizzate dell'alto commissario Sgarbi che, a cascata, hanno condizionato le prestazioni professionali dei vari consulenti che si sono cimentati nell'elaborazione di un progetto di ripristino architettonico di ispirazione tardo-settecentesca.
Nelle linee guida dettate da Sgarbi si percepisce l'assenza di riferimenti al dibattito sulla conservazione dei beni culturali che si è sviluppato negli ultimi due secoli. Le sue affermazioni sono lontane dalle tante riflessioni sull'argomento, elaborate dai protagonisti del Novecento, che sono confluite nella Carta Italiana del Restauro del 1972 (cliccaqui), ancora vigente e con valore di legge, che è completamente e continuamente disattesa!!! Ci limitiamo dall'esprimere ulteriori valutazioni sulle posizioni del programma operativo di Sgarbi perché a quanti volessero approfondire l'argomento suggeriamo una personale esplorazione dei contenuti del suo assai discutibile programma (cliccaqui).
Senza tornare ulteriormente sull'iniquo proposito di demolire la copertura progettata da Minissi, nonostante abbia già raggiunto i requisiti indicati dal Codice dei Beni Culturali (cliccaqui) per essere sottoposta a tutela, questa volta, con i nuovi elementi disponibili, esponiamo, di seguito, una valutazione sugli aspetti principali del progetto.
La ricostruzione delle volumetrie antiche
A proposito dell'aspirazione di ricostruire le "antiche" volumetrie non possiamo che registrare alcuni aspetti un po' azzardati sulle teorie esposte per ottenere precisi riferimenti delle proporzioni degli edifici da riproporre (figure 15-20).
Nello scritto del consulente prof. Patrizio Pensabene (L'analisi archeologica in <<Kalos>>, anno XVIII, n. 3, luglio-settembre 2006, pag. 6 ) si legge che a conforto della scientificità dei risultati, per lo studio delle quote <<è stato necessario individuare un metodo e gli strumenti archeologici appropriati per ricostruire l'altezza degli elevati, e in tal senso il punto di partenza è stato lo studio delle colonne... Questo dato è di grande importanza perché ha fornito dati oggettivi alla restituzione dell'altezza degli elevati>>. Ovviamente noi riteniamo che questi dati oggettivi sono quanto di più opinabile si possa immaginare ma lo studioso aggiunge ulteriori elementi per decantare il suo metodo, informandoci dell'esistenza di <<un rapporto che lega l'altezza dei capitelli corinzi al diametro inferiore delle colonne>>, dato di rilevante interesse strategico per l'individuazione di tutte le quote: <<anche se il capitello non si conservava, abbiamo potuto formulare delle ipotesi plausibili sull'altezza massima dei capitelli, e, in base a questo dato, calcolare l'imposta degli archi e delle volte e, quindi la copertura...>>.
Ci asteniamo da troppo facili ed imbarazzanti commenti sul metodo e sui risultati che ne derivano, considerando che ogni lettore può farsi una personale opinione con la lettura integrale del saggio (cliccaqui). Possiamo soltanto aggiungere che, per evitare i classici tentativi di quanti cercano di arrampicarsi sugli specchi, sarebbe stata sufficiente una lettura della Carta Italiana del Restauro e particolarmente degli articoli 6 e 7, per avere ben presenti le operazioni proibite e quelle ammesse, circostanza che avrebbe consentito di non affrontare tutti gli sforzi richiesti per sperimentare e supportare teorie evanescenti.
Il restauro dei mosaici
La parte che desta maggiori perplessità è sicuramente quella relativa alle previsioni di opere da svolgere sui mosaici e sugli affreschi (figure 21-27). Ancora una volta si può verificare l'assoluto disconoscimento dei principi fondamentali della Carta Italiana del Restauro, che in proposito indica perentorie norme di comportamento per evitare le falsificazioni, che invece, in questo caso, sembrano il tema conduttore.
Il primo allarme avremmo dovuto percepirlo dalle parole del progettista, l'arch. Guido Meli, che in più occasioni, a nome del gruppo dei consulenti, a proposito del restauro dei mosaici, ha proclamato: <<saremo i dentisti della Villa Romana del Casale>> (GdS, 23-7-06), forse alludendo ai costi eccessivi o alle tecniche di sostituzione ed impianto di singole protesi e dentiere complete. Ma tralasciando ogni ironia, occorre denunciare che quanto previsto nel progetto sommario è assolutamente messo al bando da parecchi decenni per la sua altissima distruttività. Basti pensare che oltre a generalizzati interventi di pulitura e di estrazione dei sali sono previste opere di <<riconfigurazione delle superfici>> per la totalità dei mosaici. Proposito oscuro che non lascia immaginare niente di buono. La previsione più distruttiva, però, è la <<rimozione meccanica e rimessa in quota>> per circa la metà dei mosaici che conservano ancora la "piccola" particolarità di essere pressoché originali, ancora con le malte di allettamento dell'epoca in cui furono realizzati e nella stessa giacitura del ritrovamento (figure 28-31). L'operazione di <<rimozione meccanica e rimessa in quota>> significa che si avrebbe intenzione di strappare i mosaici dal loro posto e dalla posizione ondulata (che potremmo dire tipica di pavimentazioni archeologiche) per risistemarli su nuovi supporti in cui si potrà conferire la perfetta orizzontalità, come se fossero appena realizzati (figure 32-33).
Altre operazioni previste da Mauro Matteini, Fabio Fratini e Mara Camaiti (ICVBC) senza alcuna giustificazione conservativa dei mosaici di epoca imperiale, ma che, al contrario, sono assolutamente da evitare, riguardano un inconsulto trattamento estetico <<anche se dopo la pulitura e il risanamento l'aspetto dei mosaici avrà un notevole recupero estetico, lo stato rugoso della superficie di questi agirà da diffusore della luce per cui il recupero del contrasto cromatico non sarà ancora ottimale>>. Per ovviare dunque allo "spiacevole inconveniente", ovvero all'impressione che i mosaici della villa del Casale diano di essere vecchi e rugosi, gli "amorevoli" specialisti (figure 34-38) hanno pensato all'impiego di una tecnica di ringiovanimento: <<un trattamento con ossalato d'ammonio… dà luogo, talvolta, a risultati estetici notevoli di recupero del contrasto cromatico>> (per leggere la relazione integrale cliccaqui).
Revoca dell'incarico di "alto commissario"
Ormai non ci sono più dubbi, gli intenti dell'operazione Sgarbi non sono conservativi. Al contrario sono altamente distruttivi e falsificatori!!! Pretendiamo che, in nome della Carta Italiana del Restauro e del Codice dei Beni Culturali, le Autorità responsabili revochino l'incarico di "alto commissario" al dott. Sgarbi e promuovano l'elaborazione di un nuovo progetto di conservazione.
Palermo, 10 febbraio 2007
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