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La patina del tempo non è un degrado. Considerazioni sui recenti interventi svolti sulla facciata del duomo di San Giorgio a Ragusa
Nel 2006 il mondo accademico ha celebrato il centenario della nascita di Cesare Brandi con momenti di riflessione in cui si è confrontato il contributo della sua teoria alla contemporanea concezione del Restauro ed i possibili cambiamenti e sviluppi nella pratica del cantiere. Si sono succeduti incontri, discussioni, con numerosi e autorevoli contributi, ma ancora una volta i risultati ottenuti in cantiere, che a volte le stesse Soprintendenze avallano, si dimostrano totalmente lontani dalle conclusioni condivise dagli esperti del settore. D'altro canto se esiste la Disciplina del Restauro, e se hanno una ragione di esistere le Carte del Restauro, è perché è viva una riflessione intellettuale che dovrebbe fare da timone alla pratica corrente. Ma allora ci si domanda perché il risultato di una serie di operazioni che possiamo da pochi giorni osservare nel prospetto principale della chiesa di San Giorgio a Ragusa Ibla è così lontano dai principi cardine che si dovrebbero rispettare in un qualunque intervento di restauro? Gli esiti che presentano alcune decorazioni di un insolito colore scuro, ottenuto secondo quello che dichiarano i progettisti, con una pulitura e un trattamento protettivo naturale, non appartengono a nessuna delle immagini della storia della chiesa di San Giorgio. I falsi motivi filologici che potrebbero avere spinto i progettisti alla scelta di una bicromia così evidente, non tengono conto della ben più importante patina generata col passare del tempo. Ma soprattutto non tengono conto che il tempo, e quindi la «storia globale» di un edificio, non è un dettaglio, come non è marginale il significato che si dovrebbe attribuire alla patina. Come ha scritto Cesare Brandi nella sua celebre Teoria del restauro, e ribadito nella relazione per il convegno del 1984 Intonaci, colori e coloriture nell'edilizia storica: il concetto di patina è definito non come un'invenzione romantica, ma è legato a quel passaggio del tempo, che è un delitto cancellare e che vale non solo per la pittura, ma per tutte le arti figurative. Una tendenza che oggi invece si può riscontrare è quella del tentativo, da parte degli operatori del restauro, di ricercare un'ambigua autenticità fondata su erronei principi ripristinatori spesso a discapito delle trasformazioni e delle patine, considerate, a torto, al pari di un degrado o di un difetto da cancellare. Ma questo tipo di pratica operativa riporta alle conoscenze del restauro che si praticava oltre due secoli addietro, trascinando con se una serie di conseguenze a totale discapito del monumento e della sua storia, con esclusivo ed illusorio vantaggio di chi ci vuole raccontare solo una piccola parte di questa storia o una storia alternativa e mendace. La roccia impiegata nel prospetto di San Giorgio che a seguito di questi ultimi interventi ha assunto un'insolita colorazione nera, ha caratterizzato per secoli gli Iblei, ed è ancora oggi cavata ed utilizzata nella produzione per l'architettura. E' una roccia sedimentaria calcarea formata da calcareniti e calciruditi, impregnate secondo percentuali variabili di bitume da 4 a 12% circa. Questa pietra è resistente e piuttosto impermeabile, usata nei monumenti per quelle lavorazioni particolarmente complesse per le quali era necessaria una roccia con una consistenza che permettesse facile lavorazione e buona durevolezza fisica esterna. Il suo colore è variabile da grigio chiaro al grigio scuro tendente al nero, particolarmente per le rocce a frattura fresca, con striatura tendente all'ocra. La roccia è ricca di fossili di varie specie e di dimensioni variabili dal millimetrico al centimetrico. Il colore della roccia varia anche, particolarmente per le sue porzioni più esterne, in funzione dell'ossidazione delle sostanze bituminose. Nelle porzioni più superficiali si può trovare una patina sottile più chiara (velo grigio chiaro) dovuta, oltre che ai processi di ossidazione particolarmente efficaci nell'interfaccia roccia-aria, ai fenomeni di dissoluzione e riprecipitazione del carbonato di calcio a causa di acque meteoriche acide. Il colore grigio chiaro che caratterizza l'uso di questo tipo di roccia in molte decorazioni di tutto il centro storico ragusano è una patina naturale che non produce alcun danno alla superficie ma, al contrario aumenta le caratteristiche di resistenza all'azione degli agenti atmosferici. E la bicromia che comincia a presentarsi in altri cosiddetti restauri nello stesso centro storico, e adesso anche nel rappresentativo duomo, è lontana da qualsiasi immagine storica della città. Questi interventi un po' grossolani sono pericolosissimi perché lasciano immaginare un probabile e non lontano futuro in cui l'intero centro storico di Ragusa potrebbe avere le stesse caratteristiche di violenta bicromia che oggi ostenta il "nuovo San Giorgio". Questa nuova colorazione non tiene conto della patina che si era formata nel corso tempo sul prospetto della chiesa di San Giorgio. La patina non è un degrado, non è qualcosa che bisogna combattere, al contrario resiste e partecipa alla protezione della superficie. Al di là degli esiti della chiesa di Ragusa il problema è ben più ampio, e investe pericolosi atteggiamenti che hanno come obbiettivo il ritorno a quegli antichi splendori, che presuppone l'impiego di fantasie perverse e spietate in cui il patrimonio architettonico diventa un prodotto fantastico, che, come si diceva una volta, potrebbe non essere mai esistito. La causa di questa grave discrasia si deve certamente attribuire alla mancanza di una piattaforma culturale di comuni intenti nelle strategie per la conservazione dell'architettura. La chiesa di San Giorgio e di conseguenza il centro storico di Ragusa sono da proteggere come sistema unico, ispirandosi a quello che scrive Cesare Brandi, nell'ottica in cui si considera l'architettura connessa all'urbanistica, poiché l'urbanistica non è tanto una disciplina, quanto lo stesso modo di essere, lo stesso modo di porgersi, della città come complesso di edifici nella sua identità storica (M. Cordaro a cura di, Il restauro. Teoria e pratica, 1996, pp. 54-60) . La questione della pulitura appena svolta nel prospetto di San Giorgio si può inquadrare in una questione di impiego personale del gusto, e come tale non lontana dal considerasi come un operazione inutile e dannosa, proprio per quel volto della città che si vorrebbe curare...Che cosa allora si deve fare? Non è difficile né dirlo né farlo: rispettare il passaggio del tempo, rispettare le rughe del monumento, salvare soprattutto il suo ambietamento nel tessuto urbano (M. Cordaro a cura di, Il restauro. Teoria e pratica, 1996, pp. 54-60). Un semplice indirizzo metodologico avrebbe potuto fornirlo l'articolo 6 della Carta Italiana del Restauro del 1972 al comma 2, che proibisce la rimozione o la demolizione che cancellano il passaggio dell'opera attraverso il tempo; al comma 5 ancora considera proibite l'alterazione o rimozione delle patine. In definitiva, guardando il prospetto della chiesa di San Giorgio a Ragusa ci si domanda che fine ha fatto il passaggio dell'opera attraverso il tempo? Di quali alterazioni deturpanti ci siamo finalmente liberati? A questi quesiti si aggiunge ancora un altro interrogativo a carattere generale: il rispetto della patina potrà avere prima o poi un concreto riscontro nella realtà operativa del cantiere?
Zaira Barone
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