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PER LA CULTURA DELLA CONSERVAZIONE
In questi ultimi anni, forse in Italia più che in altri Paesi, la quantità delle opere di restauro del patrimonio culturale ha registrato un incremento ragguardevole. Purtroppo il fenomeno non è esclusivamente conseguente ad una effettiva presa di coscienza del valore delle testimonianze di storia, di arte e di civiltà ma, principalmente per quanto riguarda gli interventi sulle architetture del passato, sembra condizionato da una diminuzione della domanda di nuove costruzioni ed infrastrutture, e quindi da un diverso orientamento dei flussi di finanziamento. La circostanza ha comportato per molti rappresentanti della classe imprenditoriale, professionale ed artigianale un imprevisto cambio di prospettive produttive con un "obbligato" accostamento, spesso senza alcuna precedente esperienza, al settore del restauro. Al fenomeno è strettamente connesso quello dello spropositato numero di enti committenti e appaltanti (stato, regioni, province, comuni, università, ospedali, curie, enti morali, etc.) che si avvalgono di propri uffici tecnici e, spesso, anche di proprie "linee guida" per l'esecuzione dei restauri. È indubbio, dunque, che il cosiddetto restauro, per la quantità di risorse economiche impiegate, stia vivendo una stagione di rilancio verso cui sono orientati i più svariati interessi ma, paradossalmente, che stia anche attraversando la sua più profonda crisi da quando, alla metà del Settecento, si cominciavano ad impiantare le sue basi teoriche e metodologiche. Oggi la cultura del restauro è in piena decadenza perché ha perso la sua radice intellettuale, il suo essere atto di cultura che, nel percorso di una tradizione evolutiva, era stato alimentato dal continuo confronto tra le speculazioni teoriche e la conseguente azione pratica. Cosa gravissima è che si registra un totale disorientamento e le odierne opere che genericamente sono definite di restauro architettonico, nella maggior parte dei casi sono assolutamente prive di riferimenti alle prescrizioni teoriche e alle norme operative, tanto faticosamente elaborate ed esplicitate nella Carta Italiana del Restauro del 1972, tuttora vigente ma costantemente trasgredita. Operando un'analisi per grandi categorie la più parte dei restauri architettonici contemporanei si caratterizza per il completo rifacimento a nuovo, ovvero per il ripristino in stile e per la totale sostituzione di quanto è percepibile alla vista, senza affrontare minimamente il tema della permanenza e della conservazione della materia che sostanzia le opere storico-artistiche e che sta alla base della teoria del restauro di Cesare Brandi. Il titolo della mostra "Contro l'oblio del restauro critico" vuole essere un monito, un richiamo a non abbandonare la via del restauro tracciata dal dibattito tra i più fecondi intellettuali del Novecento. Quella via oggi rappresenta la nostra eredità-identità, il comune patrimonio di conoscenze da tramandare a garanzia dell'impiego di principi teorici e sperimentate operatività miranti alla conservazione integrale del patrimonio culturale con la sua essenziale autenticità. Restauro preventivo, opere minimali e semplice e amorevole manutenzione avrebbero dovuto essere la normale evoluzione per soppiantare gli interventi radicali e dispendiosissimi verso i quali purtroppo, sempre più, il nostro patrimonio culturale sembra essere condannato. La mostra "Rapporto sull'opera di Franco Minissi nell'ambito del restauro archeologico in Sicilia", ha come oggetto i progetti e le realizzazioni svolti nell'arco di trent'anni (1951-1985) da quest'ultimo. Anche se la notorietà di Minissi (1919-1996) è più legata all'impegno progettuale di musei ed allestimenti museografici, la sua produzione nel campo archeologico, e particolarmente quella siciliana, resta esemplare. I meriti di Minissi (all'inizio della sua carriera tra i più stretti collaboratori di Brandi) sono tanti, ma principalmente quello di essere stato capace di tradurre nella pratica operativa gli atteggiamenti teorici più complessi come quello del felice accostamento tra antico e nuovo risolto con la massima semplicità ed eleganza, che precorre le indicazioni della Carta internazionale di Venezia del 1964: <<Il restauro deve fermarsi dove ha inizio l'ipotesi […] qualsiasi lavoro di completamento, riconosciuto indispensabile per ragioni estetiche e tecniche, deve distinguersi dalla progettazione architettonica e dovrà recare il segno della nostra epoca>> (art. 9). Le opere di Minissi sono anticipatrici di nuovi atteggiamenti di pura conservazione che negli anni successivi saranno sviluppati in trattazioni teoriche che influenzeranno la cultura del settore. Minissi è un vero sperimentatore per l'impiego di nuovi materiali fino al suo tempo inusuali che sono diventati subito dopo di larghissimo impiego, insieme alle sue soluzioni per le coperture di siti archeologici replicate in tante parti del mondo. I suoi interventi si connotano per la garbata capacità di suggestionare l'osservatore con eteree e trasparenti ipotesi di integrazione che restano, tuttavia, collegate a semplici supposizioni reversibili e non invasive ma che, al contempo, svolgono la loro funzione essenzialmente protettiva. Grazie, Minissi, per la lezione! Peccato che per studiarne l'opera non possiamo più avvalerci dell'osservazione di molte delle sue realizzazioni perché la maggior parte di esse sono ormai distrutte. Alcune tra le più significative opere di Minissi sono state rimosse, sono rimaste vittime dell'ignoranza, della stupidità, dell'insipienza. Tuttavia ancora non si spegne la speranza di poter salvare le opere protettive e l'allestimento museografico della villa romana del Casale di Piazza Armerina, dove il minimale e raffinato intervento di Minissi, nonostante abbia già superato cinquanta anni dalla sua realizzazione, è minacciato da un pacchiano e multimilionario progetto.
Palermo 15 maggio 2007
Franco Tomaselli curatore della mostra
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