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Il Dottorato di Ricerca in
Biopatologia, istituito dal XIV Ciclo, ha sede amministrativa presso il
Dipartimento di Biopatologia e Metodologie Biomediche. Con il termine di
Biopatologia ci si intende riferire all'interdisciplinarietà del Dottorato a cui
afferiscono docenti delle materie biologiche e mediche in grado di poter
contribuire ad una formazione scientifica dei dottorandi la più completa
possibile nel campo della medicina sperimentale e di laboratorio. Da un'analisi
dei settori di ricerca che afferiscono al Dottorato si possono evincere le
affinità e le interrelazioni esistenti sul piano della didattica e della ricerca
scientifica. Tra i curricula formativi possibili in un Dottorato di Biopatologia
si è scelto il Curriculum Immunosenescenza per la valenza socioculturale e
scientifica delle tematiche di biogerontologia.L'invecchiamento è infatti una
condizione fisiologica che riveste grande importanza non solo sul piano umano,
sociale, organizzativo ma anche su quello clinico e biologico. L’invecchiamento
è un processo intrinseco che, determinando una serie di modificazioni a livello
cellulare e molecolare, causa una minore risposta nei confronti di stimoli
esterni e, in generale, è associato ad un aumento della sensibilità a molte
malattie. L’invecchiamento interessa tutte le cellule, i tessuti, gli organi,
gli organismi ed è modulato da fattori esterni, stocastici. La durata della
vita è un tratto quantitativo multifattoriale, che è influenzato da fattori
genetici ed ambientali. Contiene inoltre una componente stocastica risultante
dall’interazione tra le “chances” individuali di sopravvivenza e gli eventi non
prevedibili che avvengono durante il corso della vita. Le condizioni
socio-economiche, che incidono pesantemente sulle condizioni nutrizionali e
sanitarie, hanno avuto nel passato un peso molto rilevante sull’aspettativa di
vita (rappresentato dall’età raggiunta dal 50% di una data popolazione) che è
stata per la maggior parte della storia dell’uomo molto bassa. Dall’inizio del
XX secolo il miglioramento delle condizioni igieniche ha determinato, nei paesi
industrializzati, un innalzamento dell’aspettativa di vita ai 50-60 anni,
nonostante vi fosse allora ancora una grande incidenza di mortalità per malattie
infettive. Durante l’ultima metà del 1900, le migliorate condizioni igieniche
con un più appropriato apporto dietetico, una maggiore attenzione alle
condizioni generali di salute e la minore mortalità infantile hanno fatto sì che
l’aspettativa di vita crescesse fino a 80 anni. Grazie ai miglioramenti della
sanità pubblica, sono state ridotte le principali cause di mortalità
dell’anziano, permettendo ad un numero crescente d’individui di raggiungere il
traguardo dell’età massima (la durata massima della vita è rappresentata
dall’età massima raggiunta da un membro della popolazione della specie e per la
specie umana si attesta intorno ai 100-110 anni). Fra il 1960 e il 1994 la
popolazione d’ultraottantacinquenni è aumentata del 274%; durante quest’intervallo
di tempo, la popolazione meno anziana è raddoppiata, mentre l’intera popolazione
occidentale è aumentata del 45%. Come conseguenza, nei paesi industrializzati
si è allungata l’aspettativa di vita. Il progressivo declino della mortalità
(1-2% anno) negli ultraottantenni, iniziato attorno agli anni 60 in tutti i
paesi industrializzati, ha fatto sì che, nell’ultimo mezzo secolo, il numero dei
centenari aumentasse in questi paesi di oltre venti volte. Attualmente, la
popolazione mondiale cresce annualmente dell'1,7% ma in proporzione i soggetti
di età superiore a 65 anni crescono del 2,5% per anno. Questi cambiamenti
nella composizione della popolazione interessano prevalentemente il Giappone,
gli Stati Uniti, l'Europa e segnatamente l'Italia. L'Italia, con un gradiente
non significativo nord-sud è uno dei paesi più vecchi del mondo. La durata media
della vita alla nascita in Italia è di 76,2 anni per gli uomini e di 82,6 per le
donne. Attualmente gli ultrasessantacinquenni costituiscono circa il 19% della
popolazione e l'Italia ha un indice di vecchiaia del 134% (e le previsioni
indicano un indice del 146% per il 2010). Gli ultraoottantacinquenni, gruppo a
rischio per la disabilità, sono già il 2,1% della popolazione totale e le
previsioni indicano un incremento al 6,4% nei prossimi decenni. Questi dati sono
validi, sia pure con le differenze legate alla maggiore natalità della Sicilia
rispetto alle regioni del nord, anche in Sicilia, dove infatti gli
ultrasessantacinquenni rappresentano il 17% e gli ultraottantacinquenni l’1,7%
della popolazione con previsioni di crescita esponenziale anche per la Sicilia
(www.istat.it). C'è inoltre da notare che all'interno della popolazione anziana
aumentano soprattutto le persone molto anziane. In particolare gli
ultraottantenni stanno aumentando in maniera esponenziale e, secondo alcuni
modelli di previsione demografica, potrebbero diventare il 10 % della
popolazione nel 2041.
A questo cambiamento demografico
corrisponde un altrettanto drastico cambiamento epidemiologico ed il concetto di
prevenzione delle malattie deve quindi tenere in considerazione anche il fatto
che i fruitori di tali interventi saranno individui non più giovani. Il sistema
sanitario sarà sempre di più esposto a forti aumenti nella prevalenza delle
malattie croniche associate con l'età. Parecchie disabilità croniche,
osservate principalmente nei gruppi di soggetti più anziani, costituiscono
problemi per la sanità pubblica e quindi aumentano la richiesta di servizi
sanitari. L’invecchiamento è, infatti, caratterizzato da un’aumentata mortalità
e incrementata suscettibilità e vulnerabilità alle malattie. Agli inizi
del XIX secolo fu per la prima volta descritto l’aumento esponenziale della
mortalità con il progredire dell’età, pattern che si mantiene ancora ai giorni
nostri ed è stato descritto anche negli invertebrati. È stato calcolato che nel
mondo occidentale i tassi di mortalità per tutte le cause incrementano di 25
volte negli ultrasessantenni rispetto alla fascia d’età di 25-44 anni.
L’incidenza e la frequenza di mortalità per molte malattie aumentano con l’età
parallelamente alla crescita esponenziale della mortalità. Fra le prime cinque
cause di morte negli ultra sessantacinquenni, l’incremento relativo
d’incidenza, paragonato a quello riscontrato in soggetti d’età dai 25 ai 44
anni, riguarda: i tumori 43 volte, la polmonite e l’influenza 89 volte, le
malattie cardiache 92 volte, l’ictus e le malattie polmonari croniche più di
100 volte. Questi dati dimostrano un ruolo chiave per l’immunità specifica e
naturale nel controllo della sopravvivenza dell’anziano, perché la
suscettibilità per queste malattie dipende in larga parte dal funzionalità del
sistema immune.
Nel processo d’invecchiamento
avvengono infatti caratteristiche alterazioni dell’immunità sia specifica sia
naturale. Le modificazioni del sistema immune nell’anziano sono percepite
generalmente come riflesso di un deterioramento del sistema immune, da qui il
termine d’immunosenescenza. Con questo termine, si intende puntare l'attenzione
sul fatto che l'invecchiamento del sistema immune è caratterizzato dalla
modificazione di una serie di parametri che in linea di massima portano ad un
depauperamento delle capacità difensive dell'organismo: i processi di
Immunosenescenza svolgono un ruolo chiave nei processi di invecchiamento,
essendo in ultima analisi responsabili, come accennato precedentemente, della
morbilità e/o mortalità dell'anziano, tramite la maggiore incidenza di
infezioni, patologie immunitarie, alcuni tipi di emopatie, tumori e malattie
infiammatorie croniche quali aterosclerosi, Alzheimer e diabete di tipo 2.
In effetti, alcuni classici parametri
della risposta immune sono spesso notevolmente ridotti nell'anziano ed alcuni
studi longitudinali hanno dimostrato come la valutazione di alcuni parametri
immunologici possa essere utilizzato in studi prospettici per valutare
l'aspettativa di vita in buona salute. Infatti, lo stato di efficienza del
sistema immune dell’anziano è strettamente correlato al suo stato di salute. In
certi casi però, (in quelli in cui c'è una maggiore longevità) le modificazioni
correlate all'età portano ad un rimodellamento del sistema immune (l' efficienza
di alcuni meccanismi immunitari viene vicariata dalla esaltazione di altre
capacità difensive). Un "esperimento della natura", in questo senso, è da
considerare la presenza dei centenari considerati un naturale modello di
"invecchiamento con successo". In questi soggetti infatti una serie di parametri
immunologici risultano in realtà modificati (ridotti) ma altri, più primordiali
e meno specializzati, sono invece molto efficienti. Ciò ha spinto autorevoli
studiosi della "immunosenescenza" a formulare l'ipotesi del rimodellamento della
risposta immune. Secondo tale teoria, attualmente accettata, nei centenari la
perdita di alcune funzioni immunologiche è vicariata da altre che consentono
comunque ai soggetti di vivere in buona salute. Ciò ci induce a considerare
negli studi prospettici una serie di parametri immmunologici che ci possono dare
indicazioni sulle condizioni di salute di soggetti diversi, anche in relazione a
situazioni ambientali (vita in famiglia. nelle case di riposo, nelle
"case-famiglia"), ed il loro stato immunologico, e fare quindi previsioni (a
livello di campione) degli interventi sul territorio per assicurare ai soggetti
anziani una vita serena, senza che questo risulti un peso troppo oneroso per la
società. I dati sul complesso "rimodellamento" delle funzioni immunitarie con
l'età piuttosto che sul deterioramento unidirezionale, provano l'esistenza di
complesse interazioni tra sistema nervoso, endocrino ed immunitario,
comportamento umano ed influenze ambientali che necessitano ancora di studio.
Il mantenimento delle difese dell'ospite dipende dalla capacità di resistere,
adattare o riparare i danni causati dalle noxae patogene.
L’immunosenescenza e probabilmente la
mortalità e la morbilità sono accelerate in quegli individui che sono stati
esposti ad un sovraccarico antigenico quali le infezioni croniche.
Reciprocamente sarà ritardata in quei soggetti che hanno vissuto in un ambiente
dove le infezioni sono state un rischio minore o che, per il loro make up
genetico, sono stati in grado di controllare più efficacemente le infezioni. Le
potenzialità del nostro sistema immunitario, geneticamente determinate, sono
progressivamente esaurite nel corso della vita in relazione all’aggressione
antigenica dei patogeni. Il miglioramento delle condizioni igieniche, che si è
verificato nei paesi industrializzati, con conseguente diminuzione della carica
batterica dei cibi e delle bevande può aver ridotto in misura considerevole il
sovraccarico antigenico, preservando più a lungo il sistema immunitario ed
evitandone un rapido esaurimento. Questo fattore, al di là della ridotta
mortalità acuta per malattie infettive, potrebbe avere contribuito all’aumento
della durata media della vita ed al dato che sempre un maggiore numero di
soggetti raggiunge l’estremo limite della vita.
Infine, il carico antigenico continuo
durante la vita è responsabile dello stato pro-infiammatorio tipico
dell’anziano. L’infiammazione, di per sé, non è un fenomeno negativo; infatti in
risposta a stimoli irritativi di varia natura il sistema immune mette in opera
una complessa serie di reazioni locali e sistemiche che prevengono il danno
tessutale, isolano e distruggono l’eventuale agente infettivo ed attivano il
processo riparativo. Il danno è legato all’aumento dell’aspettativa di vita non
previsto dall’evoluzione. Quando la vita dura molti decenni in più, il sistema
immune continua a reagire contro gli agenti esterni per decine di anni in più
del previsto. L’aumentato carico antigenico, oltre a determinare gli effetti
sulla risposta immune specifica già accennati precedentemente, finisce per
instaurare un’infiammazione cronica che contribuisce al deterioramento dei vari
organi, diventando un grande fattore di rischio per tutte le malattie croniche
tipiche dell’età avanzata, dal diabete alle malattie cardiovascolari o alle
demenze. Infatti, gli anziani che presentano livelli ematici più alti di una
proteina di fase acuta, la PCR, sono più soggetti ad ammalarsi delle patologie
infiammatorie croniche ed hanno un maggior rischio di disabilità e morte. Le
conseguenze sistemiche determinano un pattern di modificazioni che va sotto il
nome di “fragilità” (chronic inflammatory disease or frailty) e gli studi
epidemiologici suggeriscono che l’infiammazione di modico grado osservabile
nei processi di invecchiamento promuova un profilo aterogeno e sia correlata
alle altre malattie infiammatorie croniche tipiche dell’invecchiamento (Alzheimer,
Diabete di tipo 2) ed in ultima analisi ad un aumentato rischio di morte. Gli
altri fattori, genetici ed ambientali, che favoriscono le singole malattie
mantengono tutta la loro importanza ed anzi determinano quale sarà l’organo
principalmente colpito; le differenze nello stato infiammatorio contribuiscono a
spiegare perché a parità di fattori di rischio non tutti i soggetti sviluppano
malattie infiammatorie correlate all’età.
In ultima analisi, il sistema immune
offre un interessante modello di studio di come l'invecchiamento interessi
l'espressione genica, le comunicazioni intercellulari e la regolazione
omeostatica; pochi altri sistemi multicellulari sono in grado di essere
analizzati in vitro come il sistema immune, mantenendo gran parte degli stessi
meccanismi omeostatici di controllo operativi in vivo. Gli studi di
immunosenescenza offrono inoltre la possibilità di interventi mirati applicativi
diretti alla protezione degli anziani dalle infezioni, dalle neoplasie, dalle
malattie autoimmune e dalle malattie infiammatorie età-correlate come l’aterosclerosi,
la malattia di Alzheimer ed il diabete di tipo II. L'Organizzazione Mondiale
della Sanità ha indicato nell'invecchiamento con successo uno degli obiettivi di
studio e di ricerca prioritari in ambito gerontologico e geriatrico. Questi
tipi di studi forniscono conoscenze scientifiche di base che sono necessarie
per applicazioni valide per la promozione della salute pubblica.
Questi brevi cenni sono sufficienti a
ricordare l'importanza scientifica e socio-culturale dell'argomento ed a
giustificare la scelta del curriculum formativo, modello delle interazioni
omeostatiche dei sistemi complessi pluricellulari. L'impostazione data al Corso
di Studi del Dottorato prevede che nei tre anni di
corso i dottorandi svolgano un progetto di ricerca autonomo ed originale, sotto
la guida diretta di un "tutor" e la supervisione di tutto il Collegio dei
docenti. Ciò comporterà un impegno giornaliero costante di 6/8 ore in dipendenza
delle necessità imposte dalla sperimentazione. I contenuti dei corsi
consisteranno essenzialmente nello svolgimento dei programmi di ricerca
individuali od in collaborazione anche interdisciplinare. Le attività didattiche
saranno integrate con seminari tenuti dai docenti afferenti al Collegio sulle
tematiche proprie dei rispettivi gruppi scientifici disciplinari inerenti al
dottorato.
Inoltre, i dottorandi
frequenteranno una serie di corsi seminariali su argomenti inerenti le tematiche
del Dottorato che verranno programmati annualmente e tenuti da docenti esterni,
Italiani e Stranieri, esperti nei suddetti campi. Come prassi comune verrà
incoraggiata e sostenuta, nei limiti delle risorse disponibili, la frequenza di
corsi teorici e pratici su argomenti specialistici, tenuti sia in sede che
presso altre istituzioni scientifiche.
Lo stato di avanzamento
della preparazione teorica e delle ricerche di ogni singolo dottorando verrà
periodicamente (semestralmente) valutato dal collegio dei docenti, in base alla
discussione di un "progress report" presentato da ogni studente, dietro
preventiva valutazione ed approvazione da parte del "tutor", sul proprio
progetto di ricerca con indicazione dei fini del progetto, delle metodologie
impiegate, dei risultati parziali conseguiti e delle valutazioni delle
prospettive di sviluppo del progetto di ricerca. Ogni relazione verrà sottoposta
in forma seminariale allo scopo di stimolare discussioni di approfondimento e
suggerimenti per gli sviluppi successivi del progetto di ricerca.
Alla fine del triennio,
i dottorandi presenteranno una relazione finale che valutata dal collegio dei
docenti, con un giudizio di merito sulla base di: originalità del progetto e dei
risultati, solidità del disegno sperimentale e della sua realizzazione, capacità
di sintesi e di esposizione, ricchezza e pertinenza della bibliografia, servirà
di base per la tesi.
Durante lo svolgimento
delle ricerche i dottorandi faranno uso delle strumentazioni e dei supporti
logistici necessari (cabine sterili, cappe a flusso laminare, cappe chimiche,
centrifughe, pHmetri, spettrofotometri, microscopi a fluorescenza ed ottici,
contatori di scintillazione, amplificatori, sequenziatore, apparecchi
cromatografici ed elettroforetici) in dotazione al Dipartimento di Biopatologia
e Metodologie Biomediche dell'Università di Palermo, sede del dottorato. Parte
degli studi potranno essere condotti presso i laboratori dei singoli docenti non
afferenti al Dipartimento, presso l'INRCA di Ancona, e presso i laboratori
europei che collaborano con il Gruppo di Studio sull’Immunosenescenza del
Dipartimento di Biopatologia e Metodologie Biomediche (diretto dal
Coordinatore). Le spese per il materiale di consumo saranno a carico dei
contributi specificamente assegnati per i singoli dottorandi dall'Università o
da altri Enti quali l'INRCA, ma principalmente da finanziamenti di progetti di
ricerca di pertinenza dei docenti responsabili allo svolgimento delle singole
tesi di dottorato, inclusi i fondi del network europeo ImAginE.
Attraverso il
curriculum formativo il Dottorando acquisirà una specifica competenza nei
seguenti settori biopatologici, applicandoli all'invecchiamento e specificamente
all'immunosenescenza:
* Tipizzazione
tessutale morfologica
* Tipizzazione
tessutale funzionale
* Colture cellulari
* Tecniche di Biologia
molecolare
* Tecniche di Biologia
cellulare
* Tecniche di Genetica
molecolare
* Tecniche di Patologia
molecolare
* Tecniche di Patologia
cellulare
* La trasduzione del
segnale
* Comunicazioni
intercellulari
* Laboratorio di
sierologia
* Tecniche
immunologiche
* Laboratorio di
immunopatologia
* Laboratorio di
immunologia cellulare
* Laboratorio di
Immunologia Clinica e di Immunoreumatologia
* Laboratorio di
Allergologia
* Tecniche
citofluorimetriche
* Laboratorio di
microbiologia clinica
* Laboratorio di
Patologia clinica
** Tecniche di
laboratorio applicate all'oncologia
Grazie a questa ampia acquisizione di
“Know How” ed alle solide basi culturali che gli saranno date il dottore di
Ricerca in Biopatologia potrà dedicarsi allo studio dei più fini meccanismi
cellulari e molecolari biogerontologici (e la relativa diagnostica) in gioco
nella risposta alle infezioni (ed alle vaccinazioni), nelle malattie del
sistema immune, nei tumori e nelle malattie infiammatorie croniche correlate
all’età. Il dottorato di ricerca avrà una valenza scientifica di base ed una
valenza socioculturale in settori strategici per la prevenzione e cura della
salute pubblica. E' stata infatti ampiamente sottolineata la ricaduta nel
sociale di questo tipo di programmi scientifici, per cui questo tipo di
conoscenze sono importanti, per le autorità sociosanitarie del territorio, per
un più razionale uso delle limitate risorse disponibili con l'individuazione
dei contesti sociosanitari che necessitano di interventi e risorse maggiori.
Riteniamo, quindi, attraverso la
formazione di personale adeguatamente preparato di poter contribuire sia ad
affrontare problematiche scientifiche di base ed applicate sia ad affrontare i
problemi con cui il nostro sistema sociale dovrà confrontarsi nei prossimi anni.
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