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ROSARIO SCAGLIONE

Obesità, Diabete e Rischio Cardiovascolare.

  • Autori: G., L.; Scaglione, R.; Mleoni, ; A., S.
  • Anno di pubblicazione: 2007
  • Tipologia: Capitolo o Saggio (Capitolo o saggio)
  • OA Link: http://hdl.handle.net/10447/9656

Abstract

Il crescente interesse del mondo scientifico e delle organizzazioni sanitarie nei riguardi dell’obesità deriva dalla diffusione epidemica di questa condizione osservata negli ultimi decenni non solo nel mondo occidentale industrializzato, ma anche nei paesi in via di sviluppo (1). Nelle società più ricche, l'eccesso di peso è maggiore negli strati socio-economici più bassi e nelle fasce d'età più avanzate (2), e la percentuale di soggetti in sovrappeso (BMI>25) e con obesità franca (BMI>30) ha superato negli Stati Uniti d'America il 60% dei maschi adulti ed il 30 % delle donne tra i 50 ed i 60 anni (3). L'aspetto epidemiologico che colpisce e preoccupa di più è il trend secolare, per cui nel decennio 1980-1990 sono stati osservati drammatici aumenti del doppio o a volte anche del triplo della prevalenza dell’obesità . Per quel che riguarda la prevalenza dell’obesità in Italia, secondo i dati dell’Istituto Auxologico Italiano (4) che hanno utilizzato, come cut-off, valori di BMI ≥ 30, essa si attesta tra il 9 e il 10% ed è più bassa di quella di molti al¬tri paesi del mondo occidentale. A tal proposito sono però opportune alcune osservazioni, ed in particolare: • la prevalenza dell’obesità è aumentata del 25% in cinque anni; • la somma dei soggetti in sovrappeso e di quelli obesi interessa circa il 50 % della popolazione italiana. Dal momento che in pochi decenni la prevalenza dell'obesità è aumentata in misura epidemica, è impossibile pensare che essa sia attribuibile a mutamenti genetici. L’ipotesi del gene suscettibile, infatti, implica il ruolo dei fattori ambientali nella slatentizzazione della disposizione all'obesità (5) e tale epidemia contemporanea rappresenta, quindi, il risultato di un mismatch fra gli antichi geni dell'uomo e il nuovo ambiente in cui vive. Accettare tale impostazione eziopatogenetica ha valenze di rilievo che possono coinvolgere sia le strategie terapeutiche che quelle preventive.