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ROBERTO SOTTILE

Diversi piatti per una procedura: da "a ccunìgghiu" a "cunìgghiu", tra antonomasia e metonimia

  • Autori: Sottile, R.
  • Anno di pubblicazione: 2011
  • Tipologia: Capitolo o Saggio (Capitolo o saggio)
  • Parole Chiave: alimentazione tradizionale; Sicilia; Atlante linguistico della Sicilia; etnodialettologia; geolinguistica
  • OA Link: http://hdl.handle.net/10447/59525

Abstract

Un piattio tipico di Polizzi Generosa è il "cunìgghiu". Si tratta di un piatto freddo a base di baccalà – o, in alternativa, di ventresca di tonno –, cavolfiori, cardi, patate, melanzane, carciofi, pomodori secchi, capperi, olive bianche e olive nere (cfr. Sottile e Genchi 2010), con aggiunta di aceto (e zucchero). Gli informatori del luogo sono soliti spiegarne paretimologicamente il nome secondo una prospettiva che tende a opporre la cucina (povera/senza carne [di coniglio]) delle classi subalterne a quella (ricca/con la carne [di coniglio]) delle classi egemoniche. Gli informatori, finiscono, dunque, per proporre una pietanza “in salsa gramsciana” che trova i presupposti nel fatto che mentre, per il giorno di Natale, i ricchi mangiavano un piatto a base di carne di coniglio, i più poveri si accontentavano del solo contorno e, a limite, di un po’ di pesce secco. Poiché gran parte degli ortaggi e delle verdure che costituiscono gli ingredienti del "cunìgghiu", unitamente all’uso dell’aceto o, più frequentemente, dell’agrodolce, appaiono spesso come gli elementi, se non esclusivi, certamente privilegiati per la preparazione della carne di coniglio in Sicilia, è molto probabile che il nome della pietanza polizzana, che non appare iconimicamente motivata, sia il risultato di un meccanismo metonimico mediato da un processo antonomastico.