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ROBERTO SOTTILE

Dialetto e dialettalità nella scrittura di Andrea Camilleri.L’incidenza delle parole ‘autoctone’

  • Autori: Sottile, R.
  • Anno di pubblicazione: 2017
  • Tipologia: Capitolo o Saggio (Capitolo o saggio)
  • Parole Chiave: Dialetto arcaico, lessicografia, Camilleri, autoctonismi lessicali, plurilinguismo letterario
  • OA Link: http://hdl.handle.net/10447/244057

Abstract

La dialettalità della lingua di Camilleri traspare anzitutto sul piano lessicale. Ma le analisi fin qui note sulle parole “dialettali”, più o meno ibridizzate (o non precisamente italiane), della produzione camilleriana sembrano scaturire da un’impostazione che tende ad analizzarle dal punto di vista del significante: le parole non italiane rispecchiano i lessemi effettivamente presenti nel dialetto (e/o eventualmente registrati dalla lessicografia dialettale), oppure li evocano semplicemente, in quanto sottoposti a modificazioni fonetico/morfologiche (e quindi fono-ortografiche) ora in direzione della lingua, quelle di matrice dialettale, ora in direzione del dialetto, quelle di matrice italiana? Le eventuali classificazione del lessico camilleriano basate su tali presupposti restano effettivamente connesse una valutazione “esterna” delle voci dialettali/ibridizzate: di ogni parola del codice dialetto viene considerata la sua base (autoctona o italiana?) e la sua uscita (mantiene il vocalismo finale dialettale, si italianizza?); di ogni parola del codice lingua viene valutata, negli stessi termini, la sua vocale finale (coincide essa con quella dell’italiano, oppure si dialettizza?) e la veste fonetica della base (le sue vocali e le sue consosonanti restano vicine all’italiano, se ne discostano e quanto se ne discostano per avvicinarsi al modello dialettale?). Se provassimo invece concentrarci non tanto sul gioco dell’interferenza, quanto su quello della “dialettalità” del lessico camilleriano e tentassimo, dunque, di analizzarlo da una diversa prospettiva, potremmo invece e intanto considerare, con una operazione ovvia e perfino banale, che l’insieme del lessico del codice dialetto è composto 1) di parole autoctone; 2) di parole di origine italiana che, nel tempo, e in maniera massiccia nel ‘900, hanno scalzato quelle tradizionali (italianismi contro arcaismi); 3) di parole che, in virtù della storia parzialmente comune del siciliano e del toscano, sono (da sempre) patrimonialmente presenti nell’italiano e nel dialetto (chiazza, cchiù, firmari). Una eventuale partizione (anche) del lessico dialettale camilleriano secondo queste tre categorie – parole autoctone, italianeggianti, e appartenenti (storicamente) al dialetto e alla lingua – permetterebbe, forse, di saggiare la componente dialettale del lessico di Camilleri da un diverso punto di vista: quello culturale, o, meglio, quello della cultura dialettale. Se la componente dialettale del lessico camilleriano venisse assunta come lo specchio dell’effettivo dialetto dello scrittore e quindi come il riflesso abbastanza verosimile della dinamica di incontro/scontro tra conservazione e innovazione nel lessico dialettale di un parlante-autore anziano, potrebbe essere possibile valutare quale grado di arcaicità e autoctonia lessicale (non necessariamente voluta o consapevole) caratterizzi il suo dialetto letterario. A partire da alcuni recenti romanzi del ciclo di Montalbano, si mostrerà come le parole autoctone del lessico camilleriano siano sostanzialmente suddivisibili in due categorie: 1) parole di alta frequenza (con moltisime occorrenze all’interno di ciascuna opera), per di più condivise dagli autori plurilingui predecessori di Camilleri (Sciascia, Consolo, Bufalino e altri); 2) parole di bassa frequenza, “somministrate” cum grano salis (con pochissime occorrenze in ciascuna opera e nell’intero corpus), per di più esclusive del lessico di Camilleri e dunque assenti nei suoi predecessori (ma, curiosamente, usate da altri autori siciliani comparsi recentemente sulla csena editoriale!). Questi lessemi, che spesso appaiono diatopicamente marcati, si costituiscono come una sorta di “camillerese”, in grado di svelare come il dialetto dell’autore, al pari del suo plurilinguismo, sia ontologico-esperienziale e non stilistico.