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ROBERTO SOTTILE

L'italiano "cantato" tra modulazione diafasica, tradizione canzonettistica e accesso alla variabilità

Abstract

Lo studio della lingua e della testualità nella canzone non può limitarsi a riproporre il modello analitico impiegato, peraltro assai fruttuosamente, nel corso dell’ultimo ventennio volto a indagarne usi e funzioni espressivi e qualità strutturali. Questo modello, come è noto, approccia il testo della canzone nella sua natura di espressione principalmente artistico-letteraria e sulla base di questo legittimo punto di vista ha dato luogo a ottime analisi che si sono però concentrate soprattutto sugli aspetti diamesico-diafasici che hanno modulato la formazione in questi ultimi anni di generi musicali e profili artistici individuali. I lavori più noti in questo ambito (Scrausi 1996, Scholz 1998, Antonelli 2010) hanno analizzato la lingua della canzone nei termini della definizione della distanza (quindi della variazione) fra le diverse tipologie di scrittura associate ai generi musicali e lo standard linguistico-testuale sedimentato dalla tradizione. Tale distanza è stata definita sulla base del diverso grado di penetrazione nel testo di tratti del parlato e dei registri colloquiali. Mimesi del parlato e mantenimento/ripresa/trasformazione della tradizione (linguistica) canzonettistica italiana novecentesca legata spesso alla lingua paraletteraria del melodramma sono, dunque, al centro di questi lavori. L’idea di variazione che viene fuori resta, tuttavia, piuttosto monodimensionale e unidirezionale. Lo è soprattutto in quanto le relazioni fra le varietà sembrano muoversi in una direzione lineare dallo standard verso la galassia del non standard di cui si isolano per lo più i soli addensamenti diafasici. Sembrano dunque restare escluse dall’interesse analitico forme e modelli di variazione che seguono vie diverse. In primo luogo, occorrerebbe ragionare sul concetto di standard e domandarsi se gli autori dei testi condividano lo stesso modello di standard e se tutti abbiano la stessa possibilità/capacità di accedervi. Queste domande chiamano in causa l’irrisolto nodo teorico della consapevolezza della variazione. In seconda battuta, e in conseguenza del primo punto, si dovrebbe allargare il campo a tutte le dimensioni della variazione e a tutte le varietà del repertorio, comprese le varietà dialettali. Nella prospettiva degli studi appena citati anche l’impiego delle varietà dialettali è stato letto prevalenetemente in chiave di modulazione diafasica e di mimesi del parlato. E però, proprio dalla riflessione sulla funzione del dialetto nella canzone possono crearsi i presupposti per l’elaborazione di un modello esplicativo della variabilità della lingua della canzone che vada oltre la relazione standard-variazione di registro. Su questa linea si muovono recentissimi lavori (ad esempio Sottile 2013) che, sulla scorta della più generale attenzione riservata alla rivitalizzazione e rifunzionalizzazione dei dialetti, indagano le ragioni della scelta (anche) del dialetto quale strumento linguistico in grado di assolvere, nel testo canzone, a diverse esigenze. Un modello di analisi di questo tipo dovrebbe essere pluridimensionale e policentrico, in quanto diversi sono non solo i campi di variazione coinvolti ma gli stessi modelli linguistici di riferimento dei singoli autori. Va da sé che, nel definire la natura policentrica del modello di analisi, la diatopia venga ad assumere un ruolo di protagonista, di motore della variabilità (anche) della lingua della canzone e non più solo di sfondo. In diatopia si formano i modelli linguistici del parlato filtrati, a loro volta, e fissati in diamesia dallo scritto per essere cantato. Così, da oggetto di un gioco mimetico, il parlato nel testo della canzone passa ad assolvere a una funzione di indicatore della variabilità linguistica, tesa non soltanto a soddisfare esigenze espressive, ma a riproporre le reali condizioni d’uso e della “lingua variabile”.