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ROBERTO SOTTILE

DIALETTO LETTERARIO E DIALETTO "DESTRUTTURATO". LA CANZONE NEODIALETTALE SICILIANA TRA IDEOLOGIA E "NUOVI USI"

Abstract

Quale dialetto emerge dai testi della canzone “neodialettale” siciliana odierna? Ha senso aspettarsi un dialetto coerente con i tratti linguistici e l’assetto socio-linguistico dell’area di provenienza di ciascun autore? La Sicilia dialettale è divisa in due grandi aree in relazione alla presenza o all’assenza della dittongazione metafonetica e/o della dittongazione incondizionata. Quando i testi delle canzoni non presentano dittonghi nel vocalismo tonico, occorre distinguere gli autori che non li realizzano in forza della loro condizione di “parlanti nativi”, da quelli che non li realizzano percependoli come un tratto troppo marcato che impedisce di avvicinare il loro dialetto: a) a quello di tradizione letteraria e delle più significative espressioni artistico-letterarie novecentesche (la poesia di Ignazio Buttitta, priva di dittonghi; il teatro di Nino Martoglio, catanese; la pronuncia di interpreti come Rosa Balistreri, licatese, e Ciccio Busacca, catanese); b)a una fonetica “italianeggiante”; c) al modo tradizionale di (tra)scrivere il dialetto, modo che non prevede mai l’annotazione ortografica dei dittonghi. A eccezione dei rapper, che mostrano una profonda “lealtà linguistica” con la proposizione di un dialetto “realisticamente” radicato nel contesto socio-culturale che essi raccontano e rappresentano, molti degli autori portatori di un dialetto arealmente collocato nelle zone dittonganti (area palermitana e nisseno-ennese), epurano i propri testi da questo tratto, esibendo un vocalismo tonico senza dittonghi. Quando, dunque, nei testi degli artisti, non viene riproposta la dittongazione, così significativa per la geografia dialettale dell’Isola, il dialetto distopico delle canzoni finisce per coincidere foneticamente con quello di modello letterario - che in Sicilia ha una lunga tradizione (da Giovanni Meli a Ignazio Buttitta) - come conseguenza o del “rifiuto” del tratto bandiera del proprio dialetto di riferimento, o di una mancata competenza attiva del codice locale con conseguente ricerca di soluzioni koineizzanti/italianeggianti rinvenibili nei testi dialettali letterari. Il primo caso sembra riguardare autori di mezza età che hanno cominciato a scrivere in un periodo (anni Ottanta) ancora caratterizzato da una forte stigmatizzazione delle varietà dialettali. Il secondo caso riguarda, invece, gli artisti più giovani, i quali mentre presentano soluzioni linguistiche tipiche da dialettofoni L2, mostrano un dialetto rifatto sul modello letterario, quanto al vocalismo tonico (e non solo). Ma recentemente molti giovani autori, italofoni L1, provenienti dalle aree dittonganti cominciano a mostrare esempi di canzoni in cui il vocalismo di stampo letterario e il dittongo locale convivono all’interno di uno stesso testo. Questa fluttuazione lescerebbe intravedere un processo di “riassestamento” della fonetica del dialetto degli usi artistici come possibile conseguenza del riassestamento della sua ideologia. Sono anche illustrati e discussi diversi esempi di testi dove, oltre alla presenza della dittongazione distopica, si potranno si osservano altri tratti linguistici interessanti in un continuo antagonismo tra dialetto arcaico e dialetto variamente innovat(iv)o nelle canzoni degli artisti di mezza età; dialetto arcaico, dialetto italianeggiante e dialetto destrutturato (una sorta di “italiano popolare” sul côté dialettale, un “semidialetto giovanile” quale varietà piena di malapropismi, ipercorrettismi, paretimologie e cortocircuiti omofonici) tipico delle produzioni di parlanti “evanescenti”, nelle canzoni degli artisti più giovani.