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ETTORE SESSA

La nuova immagine della città italiana nel ventennio fascista

Abstract

È di appena un lustro, per Marcello Piacentini, l’arco temporale che separa l’assunzione della regia progettuale per la Città Universitaria di Roma (1932) dall’incarico di coordinatore del gruppo di progettazione per la realizzazione del complesso urbano per l’Esposizione Universale di Roma (1937), ma sarà sufficiente allo svilupparsi della fase matura, e per certi versi più originale, del cosiddetto “Stile Littorio” e soprattutto a omologare, nell’Italia fascista, la nuova idea di forma urbana. Basata su un codice di relazioni gerarchizzate fra assi e orditure viarie, spazi urbani e scambiatori di direzioni, emergenze e contrappunti stereometrici, quinte e filtri architettonici, questa idea nuova metteva in atto un sistema di regole (invero non scritte ma desunte da una logica culturale strumentalmente evocata e tendenzialmente storicizzata) tarato sul principio della percezione (nella specifica variabile visuale ad uso delle discipline architettonica e urbanistica) quale atto totalizzante della conoscenza destinato, sulla scorta di una fortunata volgarizzazione operativa dell’attualismo di Giovanni Gentile, a incidere profondamente sulla cultura architettonica e sull’idea di forma urbana nell’Italia del XX secolo. Essa sopravviverà in maniera vigorosa persino al superamento, e poi all’oblìo se non proprio alla rimozione, di quel sistema di teorizzazioni idealiste del suo ispiratore, già perdenti, nello scenario delle formulazioni del pensiero nazionale, fin dall’inizio del quarto decennio del XX secolo (non solo ad opera degli avversari ma anche dei suoi più dotati allievi per l’approdare allo spiritualismo di alcuni e con il ritorno all’immanentismo crociano di altri) eppure ancora in grado di influenzare (sia pure indirettamente o per inconsapevolezza degli stessi progettisti) alcuni dei grandi interventi a scala urbana del periodo della Ricostruzione, oltre che una aliquota considerevole di progetti non realizzati per settori significanti della città italiana della prima stagione repubblicana. L’intenzione consociativa di Piacentini (Roma, 1881-1960) era quella di trasfigurare in chiave “collegiale” i risultati individuali raggiunti durante il primo quinquennio del regime con la realizzazione della Bergamo Nuova : una moderna visione di città, sublime e metafisica al tempo stesso, concepita come forma unitaria ma nella quale distillati archetipi dell’immaginario classicista si disponevano e prendevano forma in unità edilizie distinguibili ma rese compatibili secondo un ordine di livello superiore. Si trattava, in pratica, di un insieme urbano reso omogeneo non solamente dall’accordo fra i registri compositivi dei suoi spazi e delle sue architetture ma, soprattutto, dalla gamma di rimandi introdotti tra le loro configurazioni, riconoscibili come componenti autonome sia per destinazione che per ordinamento distributivo (anche se vincolate ad assonanze volumetriche e a corrispondenze figurali) e tuttavia concepite come parti di un tutto. L’adesione quasi emotiva, ma non necessariamente strutturata, della ristretta compagine di eccellenze della cultura del progetto di regime all’impalcato estetico generato dalla ricaduta del pensiero di Gentile (e dalle relative derivazioni, talune delle quali assai eterodosse, maturate in seno alla sua scuola), aveva sublimato, nell’adesione al principio di “essenza unitaria della forma”, l’idea di immagine urbana del regime. Ancora in piena Ricostruzione post bellica questo sistema di composizione alla scala di settore urbano, garantito nella sua omogeneità da codici di parti e pezzi a loro volta rivelatori silenti di un ordinamento comune di impronta superiore e di una rediviva volontà celebrativa dell’ideale di civiltà italica sovente malcelata o misconosciuta (ma spesso riproposta sotto mentite spoglie), riaffiora prepotentemente in diverse occasioni fra cui il completamento di via de