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STEFANO MONTES

Contrappunti d’antropologo, brusii al bar e l’etnografia dell’iniziare

  • Autori: Montes, S.
  • Anno di pubblicazione: 2016
  • Tipologia: Articolo in rivista (Articolo in rivista)
  • Parole Chiave: antropologia dell’inizio, osservazione-partecipante, antropologia del bar, contrappunto come dispositivo etnografico, Deleuze, Cortázar
  • OA Link: http://hdl.handle.net/10447/318687

Abstract

L’articolo ha come oggetto di studio le possibilità di concepire, in trasposizione etnografica, una nozione di inizio (Aragon, Gracq) in concomitanza con gli ineludibili contesti d’uso e le altrettanto ineludibili forme di pensiero in divenire che lo accompagnano (Deleuze). La domanda che mi sono posto è fondamentalmente la seguente: cosa vuol dire iniziare (a osservare, capire, scrivere) in una circostanza in cui l’orale e lo scritto si rimandano continuamente? Piuttosto che pormi filosoficamente questa domanda in astratto, ho preferito diversamente, da antropologo del linguaggio, affrontare la questione più concretamente, in uno spazio specifico, in mezzo a tante altre persone impegnate in diverse forme d’interazione. Di conseguenza, come ‘pretesto’ di contesto d’uso spaziale (facendo esplicito riferimento a Wittgenstein e ‘piegandolo’ alla mia situazione) ho intenzionalmente utilizzato un luogo di intersezioni di ritualità quotidiane (Rosaldo): un bar di una grande libreria di Palermo, in Italia. Per quanto riguarda la forma dell’enunciazione (in definitiva e nella sua ultima fase, basata sul modello greimasiano, cioè, una enunciazione enunciata), ho invece usato il contrappunto, interponendo immagini fotografiche e scrittura, perché mi ha consentito di parlare di alcune tipologie possibili di comprensione (relative al visibile e scrivibile) a partire da alcuni scrittori che si pongono già, specificamente, il problema in brevi ma particolarmente densi racconti (Le bave del diavolo di Cortázar; Signifying nothing di Wallace; Contrappunto di DeLillo). Questa mia analisi, per quanto puntuale e occorrenziale (che vorrei fosse qui assimilabile il più possibile a un atto di parole), fa parte integrante di una ricerca più ampia in corso – sul quotidiano e sulle interazioni che lo caratterizzano in contesti d’uso specifici – in cui mi interrogo puntualmente sul significato della comprensione e del pensare per flussi più che per – chiari e inequivocabili – segmenti intenzionali, mentalmente eterodiretti di pensiero.