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MARINA CALOGERA CASTIGLIONE

Vivere altrove e abitare una nuova lingua: Marisa Fenoglio nella Germania del dopoguerra

Abstract

L’interesse linguistico sulla epopea migratoria degli italiani del Novecento si è concentrato su quei testi la cui natura denunciava, per diastratia e diatopia, la mancata o lacunosa alfabetizzazione degli emigranti e la loro quasi esclusiva dialettofonia. Ma a partire furono anche le classi dirigenti, quelle che conoscevano bene l’italiano, che possedevano una o più lauree, che provenivano da ambienti borghesi. Una emigrazione più simile a quella di tanti italiani del Terzo millennio. Delle scritture pubbliche o private di questo segmento sociale, prive dei tratti dell’italiano dei semicolti, gli studi ci dicono poco. La vicenda di Marisa Fenoglio, sorella del più famoso Beppe, trasferitasi a Niederhausen nel 1957 per seguire il marito dirigente d’azienda, non è quella dei Gastabeiter, i lavoratori ospiti. Il suo diario, Vivere altrove (Rubbettino 1997), restituisce sentimenti e condizioni confrontabili, nello snaturamento, con quelli delle masse non specializzate delle miniere, delle aziende manifatturiere, dell’edilizia, pur con qualche possibilità di integrazione maggiore ma non immediata né naturale. Al centro c’è il problema dell’integrazione linguistica che la benestante borghese di Alba vive come una sorta di ingiusto e immeritato analfabetismo e che ostinatamente si impone di non affrontare per un senso di fedeltà alla lingua d’appartenenza, ma anche per il desiderio mai sopito di tornare in Patria (il lessema più ricorrente nel testo).