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VITO MATRANGA

Le "Novelline albanesi". Le varietà siculoalbanesi nell'opera di Giuseppe Pitrè

Abstract

Com’è noto, in Sicilia sono presenti alcune comunità la cui fondazione, o rifondazione, risale all’esodo albanese del XV secolo, allorquando i Turchi Ottomani invasero le aree albanofone dei Balcani. Ridotto, oggi, il numero delle comunità nelle quali ancora è usata una varietà siculoalbanese (precisamente, Piana degli Albanesi, Santa Cristina Gela e Contessa Entellina, in provincia di Palermo), all’epoca in cui Pitrè operava essa era ancora più o meno vitale anche a Mezzojuso e a Palazzo Adriano. Dell’esperienza arbëreshe in Italia non manca certamente una produzione letteraria che, particolarmente nel XIX secolo si presenta tanto ricca e importante da essere riconosciuta come esordio della Rilindja ‘Risorgimento’ della letteratura panalbanese. Nella generale temperie letteraria e culturale della seconda metà dell’800, anche alcuni aspetti della tradizione popolare siculoalbanese, e particolarmente i canti popolari, godono di attenzione da parte di scrittori e intellettuali, non soltanto locali, dell’epoca. Si pensi a quelli pubblicati nelle Memorie storiche di talune costumanze appartenenti alle colonie greco-albanesi di Sicilia di Giuseppe Crispi (1853), nell’Appendice al saggio di grammatologia comparata di Demetrio Camarda (1866), nella Raccolta amplissima di canti popolari siciliani di Leonardo Vigo (1870-74) e, soprattutto, nei Canti sacri delle Colonie Albanesi di Sicilia (1907) e nei Canti Tradizionali ed altri saggi delle Colonie Albanesi di Sicilia (1927) di Giuseppe Schirò. Anche Giuseppe Pitrè, com’è noto, in diverse parti della sua immensa opera sul patrimonio demologico siciliano, ha fatto riferimento a consuetudini, referenti, nomi riscontrati nelle comunità siculoalbanesi in diversi ambiti: dai giochi fanciulleschi ad alcuni aspetti del ciclo della vita, alle novelle, ai canti popolari. Ovviamente, una tale documentazione si rende oggi preziosa anche per analisi di ordine linguistico relativi all’albanese, soprattutto per quelle varietà oggi scomparse. Tuttavia, sia per la specificità testuale del “canto popolare/tradizionale” sia per le condizioni attraverso cui questi sono stati proposti, specialmente dagli autori locali delle raccolte, certamente non scevri di uno specifico filtro (meta)linguistico e “ideologico”, i testi dei canti albanesi non possono essere di per sé considerati come pura testimonianza delle stato linguistico delle varietà effettivamente parlate all’epoca della loro pubblicazione. Lo stesso si può dire delle «novelle popolari» pubblicate da Pitrè nell’Appendice – di Tradizioni delle colonie albanesi di Sicilia – al suo Cartelli, pasquinate canti, leggende, usi del popolo siciliano (1913). Infatti, nonostante Pitrè affermi che esse siano state raccolte «dalla bocca di polani albanesi», i raccoglitori e trascrittori – dotti e scrittori arbëreshë – certamente intervennero non solo nella regolamentazione degli aspetti (orto)grafici, ma anche nella “purificazione” e “normalizzazione” di diversi aspetti linguistici. Ben più genuini e spontanei, caratterizzati da una testualità più prossima al parlato si mostrano i testi delle «novelline albanesi», alle quali Pitrè dedica un apposito spazio a chiusura della sua raccolta di Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani pubblicata nel 1875. Rispetto alle più lunghe «novelle» contenute in Cartelli (1913), questi brevissimi testi sono dunque ben più affidabili nel documentare alcuni tratti linguistici che hanno interessato, nella seconda metà dell’800, la varietà siculoalbanese di Piana degli Albanesi, rendendosi pertanto molto preziosi per la valutazione delle loro variazioni, mutamenti e definitive scomparse.