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Il "ritorno all'antico splendore" di Piazza Magione nel Centro Storico di Palermo … dove le parole e le cose sono ormai ugualmente ingannevoli
Da alcuni anni uno dei luoghi a lungo dimenticati della città di Palermo è diventato oggetto di lente ma inesorabili trasformazioni. Piazza Magione, un «insieme di ambiti spaziali in attesa di una organica definizione», veniva nominata dal Piano Particolareggiato Esecutivo per il Centro Storico di Palermo del 1994 come "zona archeologica", per la quale si prevedeva la sistemazione provvisoria "a prato" (fig. 1, fig. 10). Secondo il progetto per la sistemazione della piazza, sulla base delle cartografie storiche (fig. 2), sono stati ricostruiti i perimetri degli isolati distrutti, rialzando muretti in conci di calcarenite su quella che era una grande spianata in terra battuta (fig. 3). Le preesistenze "archeologiche" (edifici dal XII al XIX secolo) portate alla luce durante i lavori, sono state inglobate nel ridisegno della Piazza ma non è stato ritenuto importante comunicare ai cittadini il significato delle scoperte, esposte così all'indifferenza collettiva e ad atti vandalici.
La ricostruzione "com'era e dov'era" di segni urbani di cui dall'attuazione del Piano Giarrusso si era persa la memoria, corrisponde in realtà ad un atteggiamento che non solo tradisce la "cultura italiana del restauro" ma per di più toglie dignità al "progetto di architettura". Progetto che, nell'inserirsi nei vuoti del Centro Storico, ha solo il diritto-dovere di accostare forme e materiali nuovi all'antico, nel rispetto dell'autenticità materiale del costruito, inserendosi nel contesto utilizzando linguaggi e toni sommessi, al fine di restituire alla fruizione urbana e culturale luoghi dimenticati che accrescano, nella permanenza della stratificazione prodotta dalla storia, il valore della loro "bellezza". Questo intervento realizzato secondo la logica del "recupero filologico", ha ulteriormente tradito le potenzialità della Piazza ed ha permesso di interporre pullman, auto e filari di cipressi davanti alla chiesa SS. Euno e Giuliano e alle absidi della Magione, interrompendo così definitivamente il rapporto "visivo-tattile" con le preesistenze monumentali (fig. 4).
Le cortine edilizie che circondano Piazza Magione sono costituite su tre lati da costruzioni storiche con tipologie che il PPE classifica in categorie che variano dal catoio al palazzo nobiliare. Dal 2000 sono stati avviati numerosi cantieri, ma nella totalità di casi l'applicazione delle "modalità d'intervento" del PPE, ha mantenuto solo i "piani di sedime" mentre sono state cancellate tutte le testimonianze e le stratificazioni storiche. Operazione preliminare di ogni intervento sul costruito storico è la dismissione di intonaci, rivestimenti, infissi, elementi decorativi, mensole, stucchi, tutto tranne che la struttura muraria. Il tutto viene poi ripristinato allo stesso modo, dal catoio al palazzo nobiliare, con materiali e forme ad imitazione dell'antico (fig. 5, fig. 6-7). Coloro che desiderano conoscere il vero volto del Centro Storico di Palermo dovrebbero quindi affrettarsi…
Nulla oggi si conserva della materia autentica e dei segni del tempo stratificati su di essa, in cui noi riconosciamo la vera bellezza ed il valore dell'antico. Si diventa dunque sordi nei confronti della «città che non dice il suo passato ma lo contiene come le linee di una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli corrimano delle scale, nelle aste delle bandiere, in ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole» (I. Calvino 1983).
Il "ritorno all'antico splendore" diventa uno slogan propagandistico che cela la consolidata pratica del ripristino (filologico o tipologico) di un completezza originaria che può non essere mai esistita o di cui non vi è più alcuna traccia: l'esito non può che essere un falso ideologico e materiale (fig. 8). Nell'indifferenza e nell'ignoranza di significati e di valori, tutto è concesso: ad esempio fino a qualche anno fa, nell'angolo nord-overt della Piazza non era rimasta alcuna traccia di Palazzo Campofranco. Ebbene ora il palazzo è improvvisamente risorto dal suo piano di sedime, a lungo utilizzato come parcheggio (fig. 9). Ma a Piazza Magione "le parole e le cose sono ormai ugualmente ingannevoli"(Focault) poiché attraverso le modalità di intervento del "ripristino tipologico" si legittima perfino la costruzione dalle fondamenta di un palazzo con forme e finiture all'antica. Come nel caso del Cretto di Burri, dove una colata di cemento ha inglobato l'identità urbana dei resti della città dimenticata, Piazza Magione è stata tradita da chi avrebbe dovuto soprintendere alla sua conservazione per le generazioni future (fig. 10). Dovrebbe ancora essere ascoltato l'insegnamento di John Ruskin che nel 1849 scriveva: «due doveri si impongono verso l'architettura nazionale: il primo di rendere storica l'architettura della propria epoca, il secondo di conservare come la più preziosa delle eredità quella dei secoli passati. Quando si segua questa via, il ricordo può veramente chiamarsi la sesta lampada dell'architettura».
Alessandra Alagna
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