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UN RESTAURO SBAGLIATO 

Dopo un lungo periodo, l'atteso restauro della facciata del duomo di San Giorgio a Ragusa è stato completato. I risultati lasciano perplessi.

Il primo testimone attendibile che descrive il prospetto della nuova chiesa, progettata dall'architetto Rosario Gagliardi tra 1738 e 1744, è senz'altro Vito Amico (1757). Citiamo dalla traduzione del Lexicon di Gioacchino Di Marzo: "decorata di un prospetto di pietra bianca". Si potrebbe obiettare che a queste date il progetto risultava incompleto e probabilmente erano ancora in opera le impalcature per la prosecuzione dei lavori, ma il primo ordine doveva essere certamente ultimato nel giugno 1754, quando, presente in cantiere forse per l'ultima volta l'architetto, se ne collocò il cornicione.
Chi non fosse ancora convinto della testimonianza  potrebbe riguardare il dipinto votivo del pittore Matteo Battaglia, oggi nella sagrestia della chiesa, databile al 1750 ca., dove è raffigurato il modello della chiesa: una fabbrica unitaria, del tutto priva di policromia.

Premesso tutto ciò, non si può non restare sgomenti davanti ai risultati di un restauro infelice e sconclusionato. Dopo l'intervento ("con l'alta sorveglianza della Soprintendenza") sono diventati color petrolio i portali (con risultati di comicità involontaria nel festone del portale principale), i capitelli e le basi delle colonne e una fascia della prima trabeazione; di tonalità grigia i plinti del primo ordine.  La fantasiosa soluzione sembra nascere, come sempre più spesso accade, da una inesatta e tendenziosa interpretazione filologica: queste parti erano state realizzate nella pietra bituminosa, volgarmente detta pietra-pece (o nera, come trascritto nei documenti). Il suo uso è una prassi molto diffusa a Ragusa, soprattutto per le parti con decorazione minuta o che richiedono una attenta lavorazione, grazie all'elasticità che impedisce rotture e scissioni.  Il colore grigio chiaro e le possibili scialbature che si sovrapponevano ai paramenti compensavano le differenze cromatiche.
Il prospetto del duomo di san Giorgio non era a due tinte.
A meno di non considerare gli artefici del Settecento come degli ingenui sprovveduti, se Gagliardi o chi per lui fosse stato tentato dalla bicromia avrebbe scelto un altro materiale.
La pietra-pece in effetti schiarisce alla luce del sole, ma se trattata intenzionalmente con pigmenti oleosi diventa sempre più scura. Con una scelta gratuita, piuttosto che per la salvaguardia delle superfici e delle patine, si è optato per questa esaltata soluzione. Si eviti pertanto di  scrivere (come è stato fatto) che si sono seguite "le regole del minore intervento possibile".
In realtà si è intervenuto deliberatamente, senza ostacoli e con un obiettivo ben preciso,  mentre  è altrettanto problematico comprendere il grado e i tempi di reversibilità che questa assurda decisione può comportare. Gli interessati dicono pochi mesi, ma non è affatto certo.

Per motivazioni storiche, per pura ragionevolezza, per questioni estetiche, per la cautela che sarebbe stato necessario attuare in un monumento protetto dall'Unesco, il restauro del prospetto di San Giorgio appare profondamente sbagliato. Un'operazione arrischiata e pericolosa a cui bisogna porre rimedio prima che la comunità scientifica internazionale si accorga di quanto compiuto.


I docenti di Storia dell'Architettura dell'Università degli Studi di Palermo
Aldo Casamento
Maria Giuffrè
Marco Rosario Nobile
Stefano Piazza
Maria Sofia Di Fede
Fulvia Scaduto

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Si legga anche:
Primitivo splendore... presunto. L'uso distorto della filologia nell'intervento sul prospetto del duomo del capoluogo ibleo
(Marco Rosario Nobile)   

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